Archivio della Categoria 'Solo le parole – Libri'

Il libro di oggi – Trattato di funambolismo, di Philippe Petit

giovedì 19 novembre 2009

f5t4

“Qualche volta attorno al filo il cielo si oscura, si alza il vento, il cavo si raggela, il pubblico diventa inquieto. Sento urlare dentro di me. Il filo smette di respirare. E io pure. E’ il preludio della catastrofe, implacabile come quando il rullo del tamburo annuncia l’esercizio più difficile. In questa attesa della caduta arrivo a maledire il filo, ma non ne ho mai paura.

So soltanto che un giorno quest’angoscia riapparirà sull’orlo della piattaforma. In un giorno tremendo, mi aspetterà ai piedi della scala di corda. Avrò un bell’agitarmi, prendendomi gioco di lei, ma il giorno dopo sarò ancora lì, nel mio camerino, mentre indosso il costume con mani umide per lo spavento. In seguito tornerà nei miei sogni. Mi schianterò mille volte in rimbalzi lenti sulla pista d’un circo, in assenza di peso.

Al risveglio sarà su di me, vischiosa, indelebile, non mi lascerà mai più. E di questo, dio mio, ho una paura folle. D’immaginare che, una sera, abbandonerò il filo come tanti toreri hanno rinunciato alla sabbia dell’arena per rifugiarsi nella vita; di dover rispondere: “ho avuto paura. Ho incontrato la Santa Paura. Essa mi invade e mi succhia il sangue”, io che speravo nel dono più caro ai funamboli – una fine sul filo – lasciando agli uomini l’ingiuria d’una maschera mortuaria sorridente, io che esortavo gli altri sulla corda: “sappi che la vita è breve. Cosa c’è di più audace di un uomo felice in pieno volo ? Di troppe feste non hai saputo approfittare”, io, fragile funambolo, minuscolo e tremante, mi distoglierò per nascondere le mie lacrime, e la mia paura”.

Un testo stranissimo, fatto di tecnica concreta e di cose apparentemente elementari. Eppure una scuola di volo che passa dal metodo, dalla continuità, dalla disciplina. Molto suggestivo. E per chi volesse vedere Philippe Petit all’opera…. basta andare qui:

http://www.youtube.com/watch?v=uEU7lrtehDs

Il libro di oggi – Sentire l’altro, di Laura Boella

giovedì 22 ottobre 2009

h3ke

“In realtà, non ci sono solo io, da una parte, e, dall’altra, la gioia, il dolore vissuti da un amico. Si sta aprendo piuttosto lo spazio di una nuova esperienza, che attrae e coinvolge sia me sia l’amico. Il contenuto del mio vissuto emotivo infatti non mi appartiene, è la gioia, il dolore di un altro, eppure lo sento e lo vivo interiormente, non “come se” fosse il mio dolore, la mia gioia, al contrario, lo sento e lo vivo e quindi lo accolgo dentro di me “come” il dolore dell’amico.

Questo è il miracolo e il paradosso dell’empatia: faccio esperienza interiore di un’esperienza che non è la mia, vivo un sentimento che non è il mio. Che cosa significa questo? Che cos’è l’empatia se non si traduce nel provare lo stesso dolore, la stessa gioia? Ma anche: che cos’è l’empatia, se non consiste nel “sapere” che cosa sente l’altro? In realtà, empatia non vuol dire gioire, soffrire insieme all’altra, all’altro, e nemmeno avere un’esatta nozione delle ragioni e della cause del sentire altrui.

Empatia vuol dire allargare la propria esperienza, renderla capace di accogliere il dolore, la gioia altrui, mantenendo la distinzione tra me e l’altro, l’altra. Empatia è “rendersi conto”, cogliere la realtà del dolore, della gioia di altri, non soffrire o gioire in prima persona o immedesimarsi. Può accadere, spesso accade, che in un secondo tempo intervenga una partecipazione emotiva nella forma del gioire, del soffrire insieme. Ma ciò può avvenire solo se c’è stata empatia, se l’orizzonte della mia esperienza si è ampliato, e ha accolto il dolore, la gioia, di un’altra, di un altro.

L’empatia attesta dunque la possibilità della circolazione o comunicazione dell’esperienza, non perché due soggetti diventino uno, si confondano o trovino un’analogia e un’identità misteriosa, ma perché è possibile avere accesso alla realtà vissuta di un altro essere umano.

Mettere in rilievo la distinzione tra me e l’altra, l’altro, vuol dire una cosa molto importante: la scoperta della realtà di ciò che vive un’altra persona è il centro e il fondamento primario di ogni relazione. L’empatia ha tutta l’intensità del sentire, non è una forma di conoscenza intellettuale, benché possieda un valore “cognitivo” molto speciale, che consiste nel “rendersi conto” dell’esistenza dell’altro, ossia in una comprensione primaria che è sapere di non essere autosufficienti, bensì limitati e aperti a qualcosa d’altro.”

Un testo intenso e a tratti travolgente. Un viaggio dentro di noi e soprattutto fra di noi. Bello, bellissimo.

Il libro di oggi – Girare difficile, di Steven Katz – II parte

giovedì 19 marzo 2009



    “Dopo pranzo vanno avanti con le riprese ma il produttore non è ancora soddisfatto dei dialoghi.  Il regista fa alcune modifiche e si ricomincia a girare. Sono le 14:20. Nella parte finale delle riprese, l’attore nel ruolo del detective ha problemi a muovere la sedia con le ruote nella giusta posizione e, anche quando ci riesce, ha l’aria di aver faticato molto.

    Si decide quindi di abbassare la sedia e di metterla su un dolly, dei macchinisti dal pavimento lo guideranno fino alla posizione desiderata. La sedia è stata montata e i tecnici provano il movimento alcune volte: il sistema funziona ma è inaffidabile. A questo punto si verificano dei problemi nella registrazione e si deve sostituire un cavo. Dopo questa correzione, il regista comincia a pianificare altre riprese. Sono le 15:30. Gira 12 riprese, fa alcuni aggiustamenti e ne fa altre 10. Se includiamo quelle della mattina arriviamo a 27 riprese complessive.

    Lo sceneggiatore arriva sul set e ascolta una delle riprese, la prima che funzioni dall’inizio alla fine. Fa notare al regista che una delle battute contiene un errore. Il regista, il produttore, lo scrittore e il supervisore dello script discutono per 15 minuti se l’errore sia o meno significativo, e alla fine decidono di cambiare la battuta. Sono le 16:30. Quando cominciano a riprendere, il dolly colpisce il piede dell’attore mentre si inclina in avanti, lui si chiede se stia sanguinando, e nel farlo perde concentrazione.  Il regista propone una pausa.

    Dopo l’interruzione si ricomincia, e alla fine si ottengono due riprese utilizzabili. Alle 17:30 si inizia a organizzare la copertura, una fase che richiede correzione delle luci per ogni singolo primo piano. Alle 18:30 uno dei macchinisti chiede quale gobbo abbiano utilizzato per il primo piano del detective, in breve realizzano tutti che l’attore ha letto le parti di dialogo che erano state tagliate. Il regista esamina la registrazione per quindici minuti prima di individuare la parte in questione e si accorge che avevano smesso di registrare appena un momento prima di quella ripresa. Sono intanto le 19:20. Ripetono il primo piano. Le riprese terminano alle 20:35. E’ stata una giornata di 12 ore.

    Questa situazione, che sembra riguardare una troupe piuttosto disorganizzata, è chiaramente rappresentativa del tipo di sorprese che possono verificarsi sul set. (…)”

    

    

Il libro di oggi – Girare difficile, di Steven Katz

lunedì 16 marzo 2009

 



     Sto finendo di leggere questo testo, ma non intendo parlarne qui perché si tratta di un testo molto tecnico e difficilmente raccontabile in un blog. Però ci sono alcuni spunti, fra i vari movimenti di macchina che vengono spiegati, che meritano una lettura perché possono essere persino divertenti. Soprattutto, se qualcuno non ha mai visto un set, si può fare un’idea di quel che vi succede normalmente.

    Ricordo ancora – parlo di sei, sette anni fa – una discussione con Giada a causa di una mia telefonata: “Un quarto d’ora e abbiamo finito”. Arrivai a casa più di tre ore dopo. Lei mi chiese qualcosa cui non sono mai riuscito a rispondere perché solo facendoci un giro dentro lo puoi capire: “Spiegami com’è possibile – mi disse – che una persona ritenga di avere ancora un quarto d’ora di lavoro davanti, e invece ne ha per tre ore”. Ecco, Steven Katz ce ne fornisce una spiegazione concreta. Per oggi arriviamo fino all’ora di pranzo.

    “La troupe si riunisce alle 8:00 in studio. Il cast arriva alle 8:30 e le prove iniziano alle 9:00. A causa dei cambiamenti dell’ultimo minuto nello script, il regista può decidere di aggiungere alla scena alcuni dialoghi. Mentre gli attori aspettano di conoscere le nuove battute, i tecnici sistemano le luci. Le prove procedono lentamente perché gli attori non hanno familiarità con i nuovi testi e il regista continua a fare modifiche. Intorno alle 10:30 la scena comincia a prendere forma.

     Il regista si accorge che gli attori stanno acquistando lo stile necessario e decide che proseguire le prove danneggerebbe soltanto l’esito della loro performance. Le controfigure per la prova luci arrivano sul set e il direttore della fotografia sistema l’illuminazione. Sono le 10:45. C’è una breve prova di luci e poi vengono chiamati gli attori. Le prove di questa fase richiedono circa 20 minuti, ma è evidente che il movimento finale sarà molto impegnativo.

    Il regista comincia a stabilire le riprese effettive ma agli attori mancano ancora alcune battute così decide di appuntare i dialoghi su alcuni fogli. Alla fine riescono a realizzare correttamente la scena in una sola ripresa ma l’operatore perde la messa a fuoco. Il regista rivede la scena registrata e nota che la coreografia finale della mdp non è esatta. Lavorano quindi a correggerla e a provare la nuova messa in quadro. Sono le 13:00, è ora di pranzo.”

(Continua…)

   

Il libro di oggi – Il tempo della mente, di Erica Cosentino

giovedì 12 marzo 2009

 



    “Nel 1968 il neuropsicologo Alexander Lurija scrive del caso di “un uomo che non dimenticava nulla”. S. era capace di ricordare lunghe serie di numeri o lettere in modo preciso, anche a distanza di diversi anni  dalla presentazione della serie; ricordava fin nel minimo dettaglio tutto ciò che gli accadeva: ma a causa di questa straordinaria capacità la sua mente era ingombrata da rievocazioni esatte ma inutili di eventi e informazioni di poca importanza. Ricordare ogni aspetto di ogni singolo evento non è produttivo; Lurija scrive del suo paziente:

    (…) egli vedeva come attraverso una nebbia sottile, ed è difficile dire cosa fosse reale, se il mondo dell’immaginazione, in cui viveva, o quello della realtà in cui altro non era che un ospite provvisorio…

     Paradossalmente, ricordare tutto è come non ricordare nulla; se ogni memoria è pertinente nella stessa misura, attiva e viva in ogni momento allo stesso livello, non c’è passato ma solo un eterno presente e l’individuo diventa incapace di decidere e di agire. L’oblìo è, allora, una caratteristica di adattamento della memoria: solo alcuni elementi di alcuni ricordi sono pertinenti in certe situazioni; le altre informazioni vanno perse ed è proprio questo criterio di selezione che ci consente di sfruttare l’informazione tratta dall’esperienza passata per decidere e mettere in azione i nostri piani.

     Una questione rilevante è, allora, come facciamo a operare una tale selezione. Le emozioni sono il meccanismo che spiega come la nostra memoria opera una selezione sull’esperienza, sia alla codifica (le esperienze emotivamente “forti” sono ricordate meglio), sia – soprattutto – al recupero.”

       Sto leggendo con enorme interesse questo libro, e mi soffermo su questo frammento. Perché mi sembra che in gioco non ci sia soltanto il funzionamento della nostra mente, ma più in generale le nostre idee di limite e di prestazione. Mi sembra che tutto ci spinga – certo, anche una quantità di storie raccontate in un certo modo soprattutto dalla televisione e dal cinema – ad identificare la massima prestazione più a livello quantitativo che sotto il profilo qualitativo. 

    Ma questa considerazione di Erica Cosentino, e cioè che proprio l’oblìo è un grande alleato nell’estrapolare e definire le cose importanti dal flusso di tutte le altre, mi richiama visivamente alla messa a fuoco e alla profondità di campo. Più importanza ad una cosa significa meno importanza a qualcos’altro. Una sottolineatura qui è un alleggerimento là. Un’economia narrativa non può accettare eque ripartizioni perché in una storia le cose non sono mai importanti tutte allo stesso modo, nemmeno quando fossero “grandi” uguali, perché il punto di vista le posiziona e le dimensiona in modi diversi. 

    Dietro a questa spinta alla performance su tutti i fronti, i nostri limiti stanno lì – poco pubblicizzati e gelosamente nascosti -  insieme a tutto quello che possono dirci dei nostri personaggi e di noi.

 

 

Il libro di oggi – Contro la comunicazione, di Mario Perniola

lunedì 26 gennaio 2009

 



       “L’attacco devastante e demolitore che la comunicazione porta alla tradizione avviene attraverso una strategia di incorporazione onnicomprensiva che mira ad annullare perfino la percezione di un conflitto. Sbaglia chi vede nella comunicazione una scelta consapevole  dell’effimero, del provvisorio, del momentaneo, perché essa pretende anche di essere durevole, costante e perfino immortale. L’organizzatore del seminario sulle nuove tecnologie si autocelebra in un lussuoso libro le cui copie sono numerate e fuori commercio. Il capo di partito che si smentisce continuamente si attribuisce un ruolo storico provvidenziale. La galleria del tycoon dell’arte contemporanea si presenta come un’esposizione permanente.

       Perciò i fautori della tradizione, che si appellano ai valori, alla classicità, al canone, vengono spiazzati da questi funamboli, da questi giocolieri, da questi acrobati che vogliono anche farsi eternare nel bronzo e nel marmo. E chi dice che non ci riescano ? C’è sempre una caterva di ingenui pronti a scrivere la storia dell’ultima idiozia, a solennizzare le stupidaggini, a trovare significati reconditi nelle bazzecole, a fare entrare nell’insegnamento di ogni ordine e grado anche le sciocchezze, pensando di fare un’opera democratica e progressista, di andare incontro ai giovani e alla gente, di realizzare l’incontro tra la scuola e la vita.

        La comunicazione perciò sembra mettere fuori gioco i valori non opponendosi a essi, ma appropriandosene. Se si vuole combattere efficacemente la comunicazione su questo piano, bisogna lasciare da parte la metafisica e l’etica: il fondamentalismo religioso e filosofico appartengono ancora all’età ideologica e sensologica, in cui ci si riconosce in una sola “verità”. I predicatori e i profeti, in buona o in cattiva fede, devono ancora mantenere una certa coerenza di discorso, della quale i comunicatori fanno a meno.

       Infatti i comunicatori possono, per così dire, in ogni momento rubare la parte ai radicali e agli intransigenti, trasformarsi in un baleno da colombe in falchi per diventare successivamente qualcosa di intermedio e tingere tutto del colore “can che scappa”. (…)

       L’essenziale non è restaurare i vecchi valori (impresa comunque molto laboriosa), quanto sbarrare la strada ai fautori della società cognitiva,  rifiutando ogni discorso sulle grandezze e sui valori e prospettando l’universo della comunicazione, cioè un mondo senza giudizi e senza prove legittime, nel quale i forti, dotati di poteri non specificati (e spesso non specificabili perché illegali), hanno subito la meglio sugli altri.”

        Non conoscevo Mario Perniola. Questo suo testo è una vera e propria avventura del pensiero: emozionante, necessaria, acutissima.  Spesso inquietante ma sempre molto aderente alla realtà di cui siamo tutti testimoni. Se vi capita, lasciatevi portare dalle sue parole. E’ davvero un testo stupendo.

Il libro di oggi – La mente a più dimensioni, di Jerome Bruner

giovedì 15 gennaio 2009

 



       “Noi stiamo vivendo una rivoluzione culturale che modella la nostra immagine del futuro in un modo che nessuno, per geniale che fosse, poteva prevedere mezzo secolo fa. Si tratta di una rivoluzione le cui forme noi non siamo in grado di percepire, anche se ne avvertiamo fin d’ora la profondità. Corriamo il pericolo di annientarci con armi di inimmaginabile potenza e non riusciamo a sopportarne il pensiero, perché ci sembra non ci sia nulla che possiamo fare per scongiurarlo. Di conseguenza, siamo in preda ad un profondo malessere, un malessere da mancanza di futuro.

       E’ difficile per qualsiasi teoria dello sviluppo umano far presa sull’ “immaginazione culturale” di persone atterrite dall’idea che possa non esserci un futuro: una teoria dello sviluppo è infatti, par excellence, una teoria del futuro. In circostanze del genere, possiamo forse aspettarci che emerga una teoria dello sviluppo abbastanza forte da plasmare una realtà nuova ? Negli anni a venire, avremo delle teorie dalla portata modesta e dagli interessi circoscritti; teorie prive di concezioni ambiziose delle nostre future possibilità.

       Come maturare competenza in un campo specifico, come affrontare un problema o un dilemma: sono queste le teorie dagli orizzonti circoscritti che sono di scena oggi. Il loro pregio è di andare incontro ai bisogni quotidiani delle società tecnologiche, offrendo loro un futuro fatto di routine. Io penso, però, che si tratti di uno stadio di transizione.

       Se e quando supereremo l’occulta disperazione in cui viviamo oggi e ci sentiremo di nuovo capaci di frenare la corsa verso la distruzione, si farà strada, probabilmente, una teoria dello sviluppo di tipo nuovo. A motivarne l’elaborazione sarà il problema di come creare una generazione nuova che sappia impedire al mondo di dissolversi nel caos e nell’autodistruzione. Io credo che l’interesse centrale e specifico a cui risponderà sarà quello di come portare il giovane ad apprezzare il fatto che i mondi possibili sono molti, che significato e realtà sono creati e non scoperti, che la “negoziazione” è l’arte di costruire significati nuovi mediante i quali gli individui possano regolare i loro rapporti reciproci.

       Dello sviluppo umano, io credo, non ci darà un’immagine che collochi tutti i fattori di cambiamento all’interno dell’individuo, del bambino isolatamente considerato. Se qualche cosa l’abbiamo imparata dall’oscuro periodo storico in cui ci muoviamo, è che l’uomo, di certo, non è “un’isola completa in se stessa”, ma un membro della cultura che eredita e che poi ricrea. Il potere di ricreare la realtà, di reinventare la cultura, è – come noi arriveremo a riconoscere -  il punto dal quale una teoria dello sviluppo deve avviare la propria analisi della mente”.

        Sì, è un libro che consiglio…

Il libro di oggi – La Fabbrica delle Storie, di Jerome Bruner

giovedì 30 ottobre 2008




 
     “La cultura umana, di qualunque tipo, è per sua natura una soluzione data alla vita in comune non meno che, più nascostamente, una minaccia e una sfida a coloro che vivono nel suo ambito. Per sopravvivere, una cultura ha bisogno di mezzi per risolvere i conflitti d’ interesse inerenti alla vita in comune. Uno di questi mezzi sono i sistemi di scambio (per usare il vecchio termine di Lévi-Strauss): i miei servizi per i tuoi beni o per il tuo rispetto o che altro.

       Un altro è il ‘gioco serio’ (prendo a prestito la felice espressione di Clifford Geertz): modi di rappresentare e rimuovere micidiali conflitti di desideri in un elaborato rituale, come nel famoso combattimento di galli a Giava, così vivacemente descritto da Geertz. O, in mancanza di ogni altra cosa, inventiamo un sistema giuridico e diamo presumibilmente a ciascuno il suo giorno di giustizia in tribunale.

       Nessuna cultura umana può operare senza qualche mezzo per trattare gli squilibri prevedibili o imprevedibili alla vita in comune. A parte tutto il resto, ciò che una cultura deve fare è escogitare dei mezzi per tenere a freno interessi e aspirazioni incompatibili. Le sue risorse narrative – racconti popolari, storie antiquate, la sua letteratura in evoluzione, perfino i suoi tipi di pettegolezzo – servono a convenzionalizzare le ineguaglianze che essa genera, tenendo così a freno i suoi squilibri e le sue incompatibilità”.

       Jerome Bruner è un autore che ho scoperto da poco e che ritengo emozionantissimo. Perché come pochi altri è ossigeno per il cervello e un grande aiuto a leggere anche il contesto nel quale ognuno di noi esercita il proprio lavoro. In altre parole, ci fa lavorare meglio, ci dà la sensazione di far parte di qualcosa. Credo che  questo non abbia prezzo. Sì, è un libro che consiglio.

Il libro di oggi – Due parole su ‘Prima di sparire’ di Mauro Covacich

giovedì 17 luglio 2008

 

 

 

    Leggendo “Prima di sparire” ho pensato spesso al latte macchiato. Versi anche una piccolissima goccia di caffè nel bianco perfetto del latte e il suo colore cambia per sempre. Inseparabilmente. Così, mi dico, in ogni nostro personaggio e in ogni nostra storia, quel che c’è di nostro e quel che c’è di creato si mischiano, ed ogni cosa nostra dà luce alla storia e ogni cosa della storia dice di chi l’ha scritta.

     In questo lavoro di Mauro Covacich, un autore che ho amato moltissimo fin dall’esordio, il latte e il caffè restano separati. Non per un errore e men che meno per inconsapevolezza. Restano separati perché il libro racconta – tra le altre cose – proprio della difficoltà di scrivere un romanzo mentre nella vita reale dell’autore stanno accadendo importanti e dolorose rivoluzioni interne. Diciamo che il latte è la sua vita vera e il caffè il romanzo che dovrebbe scrivere, che di tanto in tanto fa capolino tra le pagine.

     Concettualmente non fa una grinza. Ma l’esperienza fisica della lettura e la percezione di una storia non hanno molto a che vedere con i piani concettuali. E se al fatto che latte e caffè restano separati si aggiunge che l’uno è assai meglio dell’altro, l’avventura diventa altalenante e difficile. La fiction, in parole povere, non regge quasi mai il confronto con la vita vera. In questo caso nemmeno per l’autore sono urgenti allo stesso modo, difatti alla fine il romanzo resta un romanzo non scritto, mentre il diario è appassionato e dettagliato.

     Due parti volutamente scucite, dove il volutamente non basta a renderle funzionali. Questo mi sembra di vedere per quanto riguarda la scatola e i piani narrativi di “Prima di sparire”. Ma ovviamente non c’è solo questo.

    Mauro Covacich rivolge verso se stesso la capacità di scandaglio e di analisi che solitamente sono la forza dei suoi romanzi. Gli aggettivi potrebbero essere tanti, e tanti ne ho letti al riguardo. Spietato, autentico, lucido. E via dicendo. A me viene in mente: preciso. Sono proprio i dettagli, gli scalini minimi del sentimento e delle emozioni. Precisionista, come si definiva Carver. Mentre lo si legge non si fa altro che pensare, “E’ vero accidenti, funziona proprio così. Questo l’ho sentito anch’io, è proprio così, caspita com’è detto bene qui !” E forse cos’altro si vuol chiedere a un autore se non questo: restituirci la vita riletta, e restituircela viva. 

    A me però qualcosa è mancato. Se ripenso alla tazza di latte macchiato, Covacich mi sembra un’ape che cammina sul ciglio del bicchiere, indecisa se lasciarsi tentare o scappare via dalla trappola, se la moglie o Susanna, se il romanzo o la vita, se una casa o se l’altra. E va bene che sia così: le storie vivono dei conflitti che le dilaniano. E nemmeno si chiede una risposta. Ma se un’esperienza è un percorso, quello che mi manca qui è un cambiamento di piano nella domanda. Attraversato e riattraversato più volte il dilemma, siamo sempre in preda al fremente desiderio fisico da una parte e al senso di colpa dall’altra.  E quel che spero sempre in un libro, in un film, e che ho sempre trovato in Covacich, è uno sguardo. Ecco, qui mi manca un salto nel modo di vedere le cose. Mi manca la capacità di un autore – che di solito lo sa fare benissimo – di portarmi via dal mio punto di vista dal ciglio del bicchiere, e di farmi vedere le cose in una prospettiva nuova, anche se non per questo risolutiva.

    Come vede le cose all’inizio così le vede alla fine, dimenandosi e compiacendosi più o meno sottilmente delle proprie incertezze, delle proprie non definizioni, del proprio star male.  Preciso nei dettagli, senza colpi d’ala per cambiare prospettiva e aiutarci a leggere diversamente – non so come, è quel che chiedo a un autore – la questione.

    Il rischio ? Un romanzo quarantenne per definizione. Attorcigliato intorno al proprio ombelico, per celebrare il quale sono convocate vite vere di altre persone – per similarità di ambienti alcune conosciute da me personalmente. Un modo di raccontare se stessi forse anche fulminante per la generazione in questione – di cui faccio parte in pieno – ma del tutto inefficace, temo, per chi oggi ha 30 anni o 50. In ogni caso, un libro come al solito scritto benissimo. Con una capacità di scolpire le immagini e le battute, di gestire i percorsi dei personaggi all’interno delle scene veramente esaltante.

    Alla fine, secondo di me si tratta del lavoro meno brillante di uno degli autori più luminosi del nostro panorama. E ovviamente, non vedo l’ora di leggere il suo prossimo libro. 

Il libro di oggi – Prima di sparire, di Mauro Covacich

lunedì 14 luglio 2008

 

 

 

    “Susanna guarda immobile la fuga alberata del viale. Si è rimessa le mani in tasca. Il rosso dei capelli, sciolti sulle spalle del giaccone, è una macchia d’autunno. – Che c’è ?

Sta ferma ancora un attimo, poi riprende a camminare. – Sai, è curioso che tu mi abbia detto questa cosa del romanzo proprio qui.

- Perché ?

- Beh, perché proprio su questo marciapiede io ho visto sparire Andrea Ragnini, – mi dice, sorridendo tra sé. La guardo aspettando che continui. Intanto incrociamo alcune tizie in tailleur che escono dal seggio, ancora comprese nel gesto, l’aria soddisfatta, la carta d’identità in mano. Le bandiere della scuola tremolano quasi fosforescenti a meno di cento metri.

- Era l’ultimo giorno della quinta. Io e Andrea Ragnini siamo stati compagni di banco per tutte le elementari, – dice Susanna – cinque anni insieme. Era un bellissimo bambino biondo, eravamo molto affezionati. Ci difendevamo a vicenda, sai quelle cose da piccoli ? Ecco, insomma, io fino a quel giorno non avevo immaginato la mia vita senza Andrea Ragnini. E invece quando siamo usciti, a mezzogiorno, e ci siamo messi a correre in mezzo al casino delle mamme e degli altri bambini verso le macchine dei nostri genitori, Andrea Ragnini mi ha detto: ‘Il prossimo anno cambio casa, andrò a scuola da un’altra parte, ciaoo’.

    E’ successo proprio qui. Me l’ha detto come la cosa più naturale di questo mondo. E anch’io, quando l’ho sentita, mentre correvamo uno accanto all’altro, l’ho trovata naturale. Chissà cosa nascondeva quella naturalezza. Voglio dire, avevamo dieci anni, non sapevamo come ci si saluta quando non ci si vede più per il resto della vita. Ricordo che mi ha distanziato e che mi ha fatto ciao con la mano ancora una volta, poi basta. Ricordo la cartella che oscilla sulle sue spalle e la testa bionda di Andrea Ragnini farsi sempre più piccola, fino a scomparire tra le macchine.

-Che modo perfetto di sparire, – dico.

- Forse anche il tuo romanzo se n’è andato così, – dice Susanna e mi riprende la mano.

- Sì, forse sì, – dico io.

Poi entriamo a votare.”

 

    Questo  è il finale dell’ultimo romanzo di Mauro Covacich. Lo trascrivo serenamente perché non vi è alcun finale da svelare che possa rovinare il libro. Lasciamolo depositare, come sempre, qualche giorno dentro di noi, ascoltando le parole…