Archivio della Categoria 'Solo le parole - Libri'

Il libro di oggi – Contro la comunicazione, di Mario Perniola

lunedì 26 gennaio 2009

 



       “L’attacco devastante e demolitore che la comunicazione porta alla tradizione avviene attraverso una strategia di incorporazione onnicomprensiva che mira ad annullare perfino la percezione di un conflitto. Sbaglia chi vede nella comunicazione una scelta consapevole  dell’effimero, del provvisorio, del momentaneo, perché essa pretende anche di essere durevole, costante e perfino immortale. L’organizzatore del seminario sulle nuove tecnologie si autocelebra in un lussuoso libro le cui copie sono numerate e fuori commercio. Il capo di partito che si smentisce continuamente si attribuisce un ruolo storico provvidenziale. La galleria del tycoon dell’arte contemporanea si presenta come un’esposizione permanente.

       Perciò i fautori della tradizione, che si appellano ai valori, alla classicità, al canone, vengono spiazzati da questi funamboli, da questi giocolieri, da questi acrobati che vogliono anche farsi eternare nel bronzo e nel marmo. E chi dice che non ci riescano ? C’è sempre una caterva di ingenui pronti a scrivere la storia dell’ultima idiozia, a solennizzare le stupidaggini, a trovare significati reconditi nelle bazzecole, a fare entrare nell’insegnamento di ogni ordine e grado anche le sciocchezze, pensando di fare un’opera democratica e progressista, di andare incontro ai giovani e alla gente, di realizzare l’incontro tra la scuola e la vita.

        La comunicazione perciò sembra mettere fuori gioco i valori non opponendosi a essi, ma appropriandosene. Se si vuole combattere efficacemente la comunicazione su questo piano, bisogna lasciare da parte la metafisica e l’etica: il fondamentalismo religioso e filosofico appartengono ancora all’età ideologica e sensologica, in cui ci si riconosce in una sola “verità”. I predicatori e i profeti, in buona o in cattiva fede, devono ancora mantenere una certa coerenza di discorso, della quale i comunicatori fanno a meno.

       Infatti i comunicatori possono, per così dire, in ogni momento rubare la parte ai radicali e agli intransigenti, trasformarsi in un baleno da colombe in falchi per diventare successivamente qualcosa di intermedio e tingere tutto del colore “can che scappa”. (…)

       L’essenziale non è restaurare i vecchi valori (impresa comunque molto laboriosa), quanto sbarrare la strada ai fautori della società cognitiva,  rifiutando ogni discorso sulle grandezze e sui valori e prospettando l’universo della comunicazione, cioè un mondo senza giudizi e senza prove legittime, nel quale i forti, dotati di poteri non specificati (e spesso non specificabili perché illegali), hanno subito la meglio sugli altri.”

        Non conoscevo Mario Perniola. Questo suo testo è una vera e propria avventura del pensiero: emozionante, necessaria, acutissima.  Spesso inquietante ma sempre molto aderente alla realtà di cui siamo tutti testimoni. Se vi capita, lasciatevi portare dalle sue parole. E’ davvero un testo stupendo.

Il libro di oggi – La mente a più dimensioni, di Jerome Bruner

giovedì 15 gennaio 2009

 



       “Noi stiamo vivendo una rivoluzione culturale che modella la nostra immagine del futuro in un modo che nessuno, per geniale che fosse, poteva prevedere mezzo secolo fa. Si tratta di una rivoluzione le cui forme noi non siamo in grado di percepire, anche se ne avvertiamo fin d’ora la profondità. Corriamo il pericolo di annientarci con armi di inimmaginabile potenza e non riusciamo a sopportarne il pensiero, perché ci sembra non ci sia nulla che possiamo fare per scongiurarlo. Di conseguenza, siamo in preda ad un profondo malessere, un malessere da mancanza di futuro.

       E’ difficile per qualsiasi teoria dello sviluppo umano far presa sull’ “immaginazione culturale” di persone atterrite dall’idea che possa non esserci un futuro: una teoria dello sviluppo è infatti, par excellence, una teoria del futuro. In circostanze del genere, possiamo forse aspettarci che emerga una teoria dello sviluppo abbastanza forte da plasmare una realtà nuova ? Negli anni a venire, avremo delle teorie dalla portata modesta e dagli interessi circoscritti; teorie prive di concezioni ambiziose delle nostre future possibilità.

       Come maturare competenza in un campo specifico, come affrontare un problema o un dilemma: sono queste le teorie dagli orizzonti circoscritti che sono di scena oggi. Il loro pregio è di andare incontro ai bisogni quotidiani delle società tecnologiche, offrendo loro un futuro fatto di routine. Io penso, però, che si tratti di uno stadio di transizione.

       Se e quando supereremo l’occulta disperazione in cui viviamo oggi e ci sentiremo di nuovo capaci di frenare la corsa verso la distruzione, si farà strada, probabilmente, una teoria dello sviluppo di tipo nuovo. A motivarne l’elaborazione sarà il problema di come creare una generazione nuova che sappia impedire al mondo di dissolversi nel caos e nell’autodistruzione. Io credo che l’interesse centrale e specifico a cui risponderà sarà quello di come portare il giovane ad apprezzare il fatto che i mondi possibili sono molti, che significato e realtà sono creati e non scoperti, che la “negoziazione” è l’arte di costruire significati nuovi mediante i quali gli individui possano regolare i loro rapporti reciproci.

       Dello sviluppo umano, io credo, non ci darà un’immagine che collochi tutti i fattori di cambiamento all’interno dell’individuo, del bambino isolatamente considerato. Se qualche cosa l’abbiamo imparata dall’oscuro periodo storico in cui ci muoviamo, è che l’uomo, di certo, non è “un’isola completa in se stessa”, ma un membro della cultura che eredita e che poi ricrea. Il potere di ricreare la realtà, di reinventare la cultura, è – come noi arriveremo a riconoscere -  il punto dal quale una teoria dello sviluppo deve avviare la propria analisi della mente”.

        Sì, è un libro che consiglio…

Il libro di oggi – La Fabbrica delle Storie, di Jerome Bruner

giovedì 30 ottobre 2008




 
     “La cultura umana, di qualunque tipo, è per sua natura una soluzione data alla vita in comune non meno che, più nascostamente, una minaccia e una sfida a coloro che vivono nel suo ambito. Per sopravvivere, una cultura ha bisogno di mezzi per risolvere i conflitti d’ interesse inerenti alla vita in comune. Uno di questi mezzi sono i sistemi di scambio (per usare il vecchio termine di Lévi-Strauss): i miei servizi per i tuoi beni o per il tuo rispetto o che altro.

       Un altro è il ‘gioco serio’ (prendo a prestito la felice espressione di Clifford Geertz): modi di rappresentare e rimuovere micidiali conflitti di desideri in un elaborato rituale, come nel famoso combattimento di galli a Giava, così vivacemente descritto da Geertz. O, in mancanza di ogni altra cosa, inventiamo un sistema giuridico e diamo presumibilmente a ciascuno il suo giorno di giustizia in tribunale.

       Nessuna cultura umana può operare senza qualche mezzo per trattare gli squilibri prevedibili o imprevedibili alla vita in comune. A parte tutto il resto, ciò che una cultura deve fare è escogitare dei mezzi per tenere a freno interessi e aspirazioni incompatibili. Le sue risorse narrative – racconti popolari, storie antiquate, la sua letteratura in evoluzione, perfino i suoi tipi di pettegolezzo – servono a convenzionalizzare le ineguaglianze che essa genera, tenendo così a freno i suoi squilibri e le sue incompatibilità”.

       Jerome Bruner è un autore che ho scoperto da poco e che ritengo emozionantissimo. Perché come pochi altri è ossigeno per il cervello e un grande aiuto a leggere anche il contesto nel quale ognuno di noi esercita il proprio lavoro. In altre parole, ci fa lavorare meglio, ci dà la sensazione di far parte di qualcosa. Credo che  questo non abbia prezzo. Sì, è un libro che consiglio.

Il libro di oggi – Due parole su ‘Prima di sparire’ di Mauro Covacich

giovedì 17 luglio 2008

 

 

 

    Leggendo “Prima di sparire” ho pensato spesso al latte macchiato. Versi anche una piccolissima goccia di caffè nel bianco perfetto del latte e il suo colore cambia per sempre. Inseparabilmente. Così, mi dico, in ogni nostro personaggio e in ogni nostra storia, quel che c’è di nostro e quel che c’è di creato si mischiano, ed ogni cosa nostra dà luce alla storia e ogni cosa della storia dice di chi l’ha scritta.

     In questo lavoro di Mauro Covacich, un autore che ho amato moltissimo fin dall’esordio, il latte e il caffè restano separati. Non per un errore e men che meno per inconsapevolezza. Restano separati perché il libro racconta – tra le altre cose – proprio della difficoltà di scrivere un romanzo mentre nella vita reale dell’autore stanno accadendo importanti e dolorose rivoluzioni interne. Diciamo che il latte è la sua vita vera e il caffè il romanzo che dovrebbe scrivere, che di tanto in tanto fa capolino tra le pagine.

     Concettualmente non fa una grinza. Ma l’esperienza fisica della lettura e la percezione di una storia non hanno molto a che vedere con i piani concettuali. E se al fatto che latte e caffè restano separati si aggiunge che l’uno è assai meglio dell’altro, l’avventura diventa altalenante e difficile. La fiction, in parole povere, non regge quasi mai il confronto con la vita vera. In questo caso nemmeno per l’autore sono urgenti allo stesso modo, difatti alla fine il romanzo resta un romanzo non scritto, mentre il diario è appassionato e dettagliato.

     Due parti volutamente scucite, dove il volutamente non basta a renderle funzionali. Questo mi sembra di vedere per quanto riguarda la scatola e i piani narrativi di “Prima di sparire”. Ma ovviamente non c’è solo questo.

    Mauro Covacich rivolge verso se stesso la capacità di scandaglio e di analisi che solitamente sono la forza dei suoi romanzi. Gli aggettivi potrebbero essere tanti, e tanti ne ho letti al riguardo. Spietato, autentico, lucido. E via dicendo. A me viene in mente: preciso. Sono proprio i dettagli, gli scalini minimi del sentimento e delle emozioni. Precisionista, come si definiva Carver. Mentre lo si legge non si fa altro che pensare, “E’ vero accidenti, funziona proprio così. Questo l’ho sentito anch’io, è proprio così, caspita com’è detto bene qui !” E forse cos’altro si vuol chiedere a un autore se non questo: restituirci la vita riletta, e restituircela viva. 

    A me però qualcosa è mancato. Se ripenso alla tazza di latte macchiato, Covacich mi sembra un’ape che cammina sul ciglio del bicchiere, indecisa se lasciarsi tentare o scappare via dalla trappola, se la moglie o Susanna, se il romanzo o la vita, se una casa o se l’altra. E va bene che sia così: le storie vivono dei conflitti che le dilaniano. E nemmeno si chiede una risposta. Ma se un’esperienza è un percorso, quello che mi manca qui è un cambiamento di piano nella domanda. Attraversato e riattraversato più volte il dilemma, siamo sempre in preda al fremente desiderio fisico da una parte e al senso di colpa dall’altra.  E quel che spero sempre in un libro, in un film, e che ho sempre trovato in Covacich, è uno sguardo. Ecco, qui mi manca un salto nel modo di vedere le cose. Mi manca la capacità di un autore – che di solito lo sa fare benissimo – di portarmi via dal mio punto di vista dal ciglio del bicchiere, e di farmi vedere le cose in una prospettiva nuova, anche se non per questo risolutiva.

    Come vede le cose all’inizio così le vede alla fine, dimenandosi e compiacendosi più o meno sottilmente delle proprie incertezze, delle proprie non definizioni, del proprio star male.  Preciso nei dettagli, senza colpi d’ala per cambiare prospettiva e aiutarci a leggere diversamente – non so come, è quel che chiedo a un autore – la questione.

    Il rischio ? Un romanzo quarantenne per definizione. Attorcigliato intorno al proprio ombelico, per celebrare il quale sono convocate vite vere di altre persone – per similarità di ambienti alcune conosciute da me personalmente. Un modo di raccontare se stessi forse anche fulminante per la generazione in questione – di cui faccio parte in pieno – ma del tutto inefficace, temo, per chi oggi ha 30 anni o 50. In ogni caso, un libro come al solito scritto benissimo. Con una capacità di scolpire le immagini e le battute, di gestire i percorsi dei personaggi all’interno delle scene veramente esaltante.

    Alla fine, secondo di me si tratta del lavoro meno brillante di uno degli autori più luminosi del nostro panorama. E ovviamente, non vedo l’ora di leggere il suo prossimo libro. 

Il libro di oggi – Prima di sparire, di Mauro Covacich

lunedì 14 luglio 2008

 

 

 

    “Susanna guarda immobile la fuga alberata del viale. Si è rimessa le mani in tasca. Il rosso dei capelli, sciolti sulle spalle del giaccone, è una macchia d’autunno. – Che c’è ?

Sta ferma ancora un attimo, poi riprende a camminare. – Sai, è curioso che tu mi abbia detto questa cosa del romanzo proprio qui.

- Perché ?

- Beh, perché proprio su questo marciapiede io ho visto sparire Andrea Ragnini, – mi dice, sorridendo tra sé. La guardo aspettando che continui. Intanto incrociamo alcune tizie in tailleur che escono dal seggio, ancora comprese nel gesto, l’aria soddisfatta, la carta d’identità in mano. Le bandiere della scuola tremolano quasi fosforescenti a meno di cento metri.

- Era l’ultimo giorno della quinta. Io e Andrea Ragnini siamo stati compagni di banco per tutte le elementari, – dice Susanna – cinque anni insieme. Era un bellissimo bambino biondo, eravamo molto affezionati. Ci difendevamo a vicenda, sai quelle cose da piccoli ? Ecco, insomma, io fino a quel giorno non avevo immaginato la mia vita senza Andrea Ragnini. E invece quando siamo usciti, a mezzogiorno, e ci siamo messi a correre in mezzo al casino delle mamme e degli altri bambini verso le macchine dei nostri genitori, Andrea Ragnini mi ha detto: ‘Il prossimo anno cambio casa, andrò a scuola da un’altra parte, ciaoo’.

    E’ successo proprio qui. Me l’ha detto come la cosa più naturale di questo mondo. E anch’io, quando l’ho sentita, mentre correvamo uno accanto all’altro, l’ho trovata naturale. Chissà cosa nascondeva quella naturalezza. Voglio dire, avevamo dieci anni, non sapevamo come ci si saluta quando non ci si vede più per il resto della vita. Ricordo che mi ha distanziato e che mi ha fatto ciao con la mano ancora una volta, poi basta. Ricordo la cartella che oscilla sulle sue spalle e la testa bionda di Andrea Ragnini farsi sempre più piccola, fino a scomparire tra le macchine.

-Che modo perfetto di sparire, – dico.

- Forse anche il tuo romanzo se n’è andato così, – dice Susanna e mi riprende la mano.

- Sì, forse sì, – dico io.

Poi entriamo a votare.”

 

    Questo  è il finale dell’ultimo romanzo di Mauro Covacich. Lo trascrivo serenamente perché non vi è alcun finale da svelare che possa rovinare il libro. Lasciamolo depositare, come sempre, qualche giorno dentro di noi, ascoltando le parole…

Il libro di oggi – Due parole su L’uomo che cade, di Don Delillo

lunedì 26 maggio 2008

 

 

 

     

    Che senso ha prendere un fatto recentemente accaduto, universalmente noto e di portata storica, e popolarlo di personaggi prodotti da un atto puramente creativo ? Alla fine è un romanzo ? O è l’interpretazione personale di un autore su un fatto realmente accaduto ? Oggettivamente, sembra, le torri erano due. Soggettivamente – per vittime e carnefici – le torri erano una alla volta. Per nessuno uguali, né la prima né la seconda, né la torre sud né la torre nord.
    Il romanzo – poiché così è definito – di Don Delillo è una specie di magnete. Crea due campi in fortissima attrazione. L’interiorità e l’esteriorità dell’esperienza, come sempre nel suo lavoro. Quel che ti avviene fuori e quel che significa dentro di te. Delillo mette i suoi personaggi prima, durante, dopo l’attentato. In casa, nelle torri, sull’aereo. Il suo è un meraviglioso e ardito tentativo di raccontarci l’irrisolvibilità della Storia nella somma delle nostre storie.
    Tutti compresi nello stesso Destino e irrimediabilmente separati in storie uniche e del tutto diverse. Non per divisione di razza, non per differenze culturali o economiche: anche tra marito e moglie; uno era dentro e l’altra fuori, e ci sono solchi che si scavano tra le persone, e che nemmeno le più tenaci volontà sono in grado di ricucire con la comprensione. Questi solchi non sono necessariamente aperti da conflitti, ma dalla pura e semplice differenza dei punti di vista.
    Delillo ha l’abilità di mostrarci queste distanze e la loro inevitabilità attraverso lo spazio: dentro o fuori, sopra o sotto, vicino o lontano. Ma d’altra parte attraverso il prima, il durante e il dopo, ci mostra anche la distanza tra il punto di vista di ieri e quello di oggi all’interno della stessa persona.
    Non solo tra noi ma dentro di noi ci sono linee, soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono man mano che capiamo e rielaboriamo. Il nostro io scivola spericolatamente sul piano inclinato delle sollecitazioni, dei fatti, delle nostre idee in continua trasformazione.
    Tutto questo può apparire scoraggiante, dispersivo, alienante. Invece Delillo segue così da vicino il mutare e il divincolarsi dei personaggi principali in questa vicenda, che per quanto lontani fra loro e da se stessi nei diversi momenti della storia, sono tutti e sempre vicini a chi legge. Frutto di un talento che più che inventare plot originali sa scoperchiare verità difficili, L’uomo che cade ci mette nella condizione di leggere le azioni dei personaggi non come volontà positive o negative ma come strategie difensive dal dolore. Ogni cornice morale viene fatta saltare per lasciar spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti: terroristi, mogli, mariti, amanti, figli.
    In questo ci ritroviamo, solidarizziamo persino con il terrorista più determinato. Non condividiamo l’azione ma ne riconosciamo dentro di noi il movente profondo. Al volgere dell’ultima pagina, con l’immagine di una camicia che vola dalla torre, non mi viene in mente nient’altro da dire che: grazie per averlo scritto.

Il libro di oggi – L’uomo che cade, di Don Delillo

giovedì 22 maggio 2008

 

 

 

    “Ogni volta che vedeva un filmato degli aerei Lianne avvicinava un dito al pulsante di spegnimento del telecomando. Poi continuava a guardare. Il secondo aereo che spuntava da quel cielo azzurro ghiaccio, era quella la sequenza che le penetrava nel corpo, che sembrava scorrerle sotto la pelle, quella fugace accelerazione che trasportava vite e storie, le loro e la sua, quelle di tutti, in un’altra distanza, al di là delle torri.

    I cieli che conservava nella memoria erano drammi di nuvole e mare in tempesta, oppure la lucentezza elettrica prima del tuono estivo in città, sempre legate alle energie dei fenomeni atmosferici, di ciò che c’era lassù, masse d’aria, vapore acqueo, venti da ovest. Questo era diverso, un cielo terso carico di terrore umano in quegli aerei sfreccianti, prima uno, poi l’altro, la forza dell’umana determinazione.

    Keith si mise a guardare con lei. Ogni singola disperazione impotente stagliata contro il cielo, voci umane che invocavano Dio, e che orrore immaginare tutto questo, il nome di Dio sulla lingua degli assassini e delle vittime al tempo stesso, prima un aeroplano e poi l’altro, quello dei due che sembrava quasi l’omino di un cartone animato, con occhi vividi e denti, il secondo aereo, la torre sud. (…)

    Keith disse: – Sembra ancora un incidente, il primo. Anche da questa distanza, da fuori, con tutti i giorni che sono passati, io lo guardo e penso che è un incidente.

- Perché non può che essere così. 

- Non può che essere così, – disse lui.

- Il modo in cui la telecamera sembra quasi sorpresa.

- Ma solo la prima volta.

- Solo la prima, – disse lei.

- Il secondo, quando spunta il secondo aereo, – disse Keith, – siamo già tutti un po’ più vecchi e un po’ più saggi.”

 

    Ho finito il libro di Delillo e voglio condividere questo stralcio senza inquinarlo con i commenti. Lo farò tra qualche giorno. Oggi mi sento solo di dire: leggetelo.

Il libro di oggi – Spingendo la notte più in là, di Mario Calabresi

giovedì 1 maggio 2008

 

 

 

    “C’è un modo di coltivare la memoria insopportabile, commemorazioni in cui per ore si ripetono riti burocratici di una noia irritante: mille ringraziamenti barocchi, un profluvio di aggettivi del tipo ‘barbaramente ucciso nel fiore dei suoi anni da vile mano assassina’. Dicono di voler tenere viva la memoria, ma questo è il modo sbagliato, soprattutto se si parla davanti a dei ragazzi delle scuole: li vedi che si annoiano, non capiscono niente, inondati da nomi e citazioni di cui non conoscono il contesto, di cui non hanno nessuna idea.

    ‘I giovani hanno il dovere di sapere… devono ricordare… ‘ Ma allora raccontate loro qualcosa che valga la pena essere ricordato. Quando mi capita di partecipare a questi incontri, scelgo di parlare di mio padre come di un uomo normale, non di un eroe o di un marziano, di raccontarne debolezze e curiosità. Bisogna spiegare che gli eroi erano persone comuni, ma con la caratteristica di avere passione infinita per le cose che facevano, uomini con cui sia possibile identificarsi, che amavano il loro lavoro e lo facevano con scrupolo.”

    Il libro di Mario Calabresi si legge tutto di fila. E ha la proprietà di portarci dentro quei giorni attraverso il punto di vista ora di un bambino, ora di un adolescente che cerca di capire cos’è successo quindici anni prima alla sua famiglia, ora di un uomo maturo che vuole ricomporre la memoria e forse anche trovare una pace.

    La chiarezza di questi punti vista che cambiano di volta in volta nel piano del racconto, lungi dal confondere aiuta, fa sentire vive e vere le cose. Mario Calabresi è del 1970, e racconta di aver frequentato spesso la sala video della Sormani di Milano. Consultava metodicamente i microfilm con i giornali dei giorni dell’omicidio, e dice di averci anche visto del gran cinema, ad esempio Truffaut. In quegli stessi anni – ne abbiamo due di differenza – bazzicavo anche io la stessa sala. Chiedevo prima un libro, l’opera con testo a fronte della versione che ci era stata assegnata per il giorno dopo, latino o greco che fosse. La copiavo, la studiavo, e poi andavo di sotto in sala video, a vedere…. Truffaut.

    Mi fa effetto pensare che magari siamo stati lì insieme, che chissà forse ci siamo “rubati” qualche film a vicenda. Perché fa effetto pensare che la storia ci possa essere passata accanto. Ti colpisce quando pensi che eri lì mentre delle cose di cui non sapevi nulla stavano accadendo. Prendere coscienza. Collocare una vicenda in un tempo e in uno spazio precisi. Le emozioni più sottili sono comunque sempre ancorate a un dove e a un quando. Questa forse è la memoria di cui Mario Calabresi parla.

    Sì, è un libro intenso e pacato. Mi sono messo a cercare sulla rete il nome di Luigi Calabresi, e naturalmente viene fuori di tutto. Per cui, alla fine uno che in quegli anni era appena nato, non può che farsi un’opinione da lontano. Pare evidente che il commissario non buttò il povero Pinelli dalla finestra, ma quali fossero i suoi metodi e se fossero troppo duri è per me materia inaccessibile.

    Ciò che è accessibile e molto bello è il tentativo di un figlio di ricostruire senso e memoria alla propria vita, a quella delle persone a lui care. Perché un personaggio è sempre alla ricerca del senso, dell’organizzazione degli eventi in un filo che tenda a un fine. E soprattutto “Spingendo la notte più in là” mi lascia una sensazione forte – non di quegli anni ma degli anni successivi, nei quali ero abbastanza grande per ricordare – e cioè che fosse tutto più vero. Che le cose che avvenivano fossero sulle strade, nelle piazze, nelle scuole. Nessun rimpianto per quel clima, dal mio punto di vista. Ma per il contatto con la realtà sì, moltissimo. E forse questo libro centra qualcosa di importante: raccontare una storia oggi ha anche il compito di riavvicinarci alla vita vera, quella che sempre più sfugge al nostro contatto. Spingendo il monitor, internet, la televisione, più in là.

     

Il libro di oggi – Americana, di Don De Lillo

lunedì 31 marzo 2008

 

 

 

 

    “Diceva che il nostro vero desiderio, nei più profondi recessi del nostro cuore, è distruggere tutte le foreste, le case bianche, i ponti coperti, le ville signorili, i giardini di azalee, i grandi fienili rossi, le case coloniali, le chiatte per il trasporto fluviale, i villaggi dei cacciatori di balene, le segherie, i mulini, i palazzi d’anteguerra, le capanne di legno, le belle chiesette antiche e i depositi ferroviari.

    Tutti noi, in segreto, siamo totalmente a favore di questa distruzione, perfino gli ambientalisti, perfino quegli individui battaglieri che di professione vanno a picchettare gli edifici storici destinati alla demolizione. E’ questo che siamo. Linee dritte e angoli retti. Ammetterai anche tu che nell’intimo proviamo un brivido di fronte a qualcosa di bello che va in fiamme.

    Il nostro desiderio è di ricacciare le cose belle e antiche nell’oblio, per sostituirle con strutture identiche ma insapori. Scatole di cellule tumorali. Stanze grige e ordinate in cui meditare e leggere gli annunci pubblicitari. Prova a immaginare gli straordinari motel di prateria che saremmo capaci di costruire se solo cedessimo completamente ai demoni della nostra vera natura; immagina le automobili che ci porterebbero da un motel all’altro, i macchinari monolitici alti come palazzi di cinquanta piani che costruiremmo per eliminare le vittime degli incidenti d’auto senza il fastidio dei funerali, senza sprechi per lapidi e sepolcri.

    Diamo mano libera alla polizia. Autorizziamo i folli governanti della nazione a distruggere chiunque vogliano. Questo è ciò che vogliamo veramente. (…) Di venire finalmente a patti con l’ira fasulla che tanto spesso mostriamo di fronte al proliferare della sterilità e della violenza nella nostra cultura. Uccidiamo le vecchie case di campagna e le stazioni ferroviarie barocche. Uccidiamo le casette di provincia marce e puzzolenti. Facciamo saltare in aria il ponte di Brooklin. Facciamo saltare in aria Nantucket. Facciamo saltare in aria la Blue Ridge  Parkway. Rendiamoci finalmente conto che viviamo nella Megamerica. Luci al neon, fibra di vetro, plexiglass, poliuretano, mylar, resine acriliche.”

 

    …era il 1971. Questo è il romanzo d’esordio di Don De Lillo. Lo sto finendo e ne sono profondamente colpito. Trent’anni fa moltissime cose erano già chiare per lui. Mi rimane dentro “l’ira fasulla che tanto spesso mostriamo di fronte al proliferare della sterilità e della violenza nella nostra cultura”.  Se una storia è ben raccontata, è molto più vera di un libro di storia.

Il libro di oggi – Turno di notte, di Cristina Cattaneo

lunedì 14 gennaio 2008

 

 

 

 

 

    Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente la dottoressa Cristina Cattaneo, dai tempi del suo primo libro, “Morti senza nome”. Allora era stata un’esperienza abbastanza speciale: le vicende, il contesto, tutta un’umanità intorno a noi alla quale si tende a pensare in termini più televisivi che reali. Omicidi, degrado, ma anche semplicemente oblio, solitudine. Storie che finiscono male e che non sentiamo contingenti perché è la fine in assoluto che tendiamo a rimuovere.

    In questo secondo libro la mia attenzione si è spostata – o forse anche la scrittura si è evoluta – verso la fermezza del suo sguardo. Veniamo condotti nell’inferno, in un calderone di disagio, orrori e rovine di vario genere e livello, ma sempre essendo accompagnati dalla sua mano che ci guida. E’ di questo che mi interessa parlare. Del fatto che capita di trovare dei “colleghi trasversali” in altri campi e professioni.

    La ricerca che in qualche modo caratterizza sempre di più il mio percorso personale e professionale, e cioè il tentativo di mettere a fuoco più che gli eventi la configurazione che ne facciamo dentro di noi, più che le parole il loro risuonare e costituirsi in un senso e in uno sguardo, ha trovato in questo libro un aiuto e un conforto. Perché tanto più se la realtà è estrema, la nostra libertà di configurarla e illuminarla in una lettura ci sembra risicata ed invece si fa fondamentale. E’ proprio davanti alla donna putrefatta nel bagagliaio di un’automobile, nei dettagli più sordidi dell’odore e delle operazioni da compiere vincendo il rigor del suo cadavere che la luce degli occhi diventa decisiva. Le emozioni che proviamo, la lettura che diamo, non dicono molto di ciò che stiamo guardando ma dicono molto del nostro sguardo, e quindi di noi.

    In questo caso le parole della dottoressa Cristina Cattaneo ci fanno sentire che non siamo mai abbandonati dalla sua fiducia nella possibilità di cercare un senso. Non nella riuscita tecnica del suo lavoro, che spesso a quanto pare non giunge a fermare i colpevoli né ad assegnare nomi e cognomi a chi muore senza documenti. Fiducia nel fatto che ogni dettaglio macabro possa essere guardato per restituire la vita a se stessa. Che ogni dolore patito prima della morte possa trovare uno spazio per essere raccontato e quindi testimoniato.

    Dalle sue parole, che non indulgono mai in lezioni di morale o di etica, dallo sguardo teso e terso che indirizza sulle cose, sentiamo che non è mai troppo tardi per cercare di capire, che la vita non è mai così decomposta e putrefatta da non essere portatrice di memoria e di significato. Sento in queste pagine che le immagini sono messe sotto accusa. Telegiornali, cinema, soap. Pubblicità, televisione. Si può parlare di tutto senza dire nulla, e le parole che usiamo spesso servono più a nascondere che a dire. Si ha la netta percezione che più si guardano servizi di cronaca, più si leggono articoli con mille piccanti dettagli, più si sta andando fuori strada. Disperatamente allontanati dal senso, come dice Cristina Cattaneo, “dell’ultima rivista sfogliata” dalla vittima, e cioè della vita che c’era, “del vero furto” che un omicidio comporta.

    Posso dire personalmente che Cristina Cattaneo è una persona entusiasta. Lo è fin dal modo di salutarti. E il suo libro mi conferma una sensazione crescente, che non so dove mi porterà: che abbiamo sempre meno bisogno di cose nuove da guardare e sempre più bisogno di nuovi sguardi sulle cose che viviamo.