Archivio della Categoria 'Solo le parole – Libri'

Il libro di oggi – Due parole su L’uomo che cade, di Don Delillo

lunedì 26 maggio 2008

 

 

 

     

    Che senso ha prendere un fatto recentemente accaduto, universalmente noto e di portata storica, e popolarlo di personaggi prodotti da un atto puramente creativo ? Alla fine è un romanzo ? O è l’interpretazione personale di un autore su un fatto realmente accaduto ? Oggettivamente, sembra, le torri erano due. Soggettivamente – per vittime e carnefici – le torri erano una alla volta. Per nessuno uguali, né la prima né la seconda, né la torre sud né la torre nord.
    Il romanzo – poiché così è definito – di Don Delillo è una specie di magnete. Crea due campi in fortissima attrazione. L’interiorità e l’esteriorità dell’esperienza, come sempre nel suo lavoro. Quel che ti avviene fuori e quel che significa dentro di te. Delillo mette i suoi personaggi prima, durante, dopo l’attentato. In casa, nelle torri, sull’aereo. Il suo è un meraviglioso e ardito tentativo di raccontarci l’irrisolvibilità della Storia nella somma delle nostre storie.
    Tutti compresi nello stesso Destino e irrimediabilmente separati in storie uniche e del tutto diverse. Non per divisione di razza, non per differenze culturali o economiche: anche tra marito e moglie; uno era dentro e l’altra fuori, e ci sono solchi che si scavano tra le persone, e che nemmeno le più tenaci volontà sono in grado di ricucire con la comprensione. Questi solchi non sono necessariamente aperti da conflitti, ma dalla pura e semplice differenza dei punti di vista.
    Delillo ha l’abilità di mostrarci queste distanze e la loro inevitabilità attraverso lo spazio: dentro o fuori, sopra o sotto, vicino o lontano. Ma d’altra parte attraverso il prima, il durante e il dopo, ci mostra anche la distanza tra il punto di vista di ieri e quello di oggi all’interno della stessa persona.
    Non solo tra noi ma dentro di noi ci sono linee, soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono man mano che capiamo e rielaboriamo. Il nostro io scivola spericolatamente sul piano inclinato delle sollecitazioni, dei fatti, delle nostre idee in continua trasformazione.
    Tutto questo può apparire scoraggiante, dispersivo, alienante. Invece Delillo segue così da vicino il mutare e il divincolarsi dei personaggi principali in questa vicenda, che per quanto lontani fra loro e da se stessi nei diversi momenti della storia, sono tutti e sempre vicini a chi legge. Frutto di un talento che più che inventare plot originali sa scoperchiare verità difficili, L’uomo che cade ci mette nella condizione di leggere le azioni dei personaggi non come volontà positive o negative ma come strategie difensive dal dolore. Ogni cornice morale viene fatta saltare per lasciar spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti: terroristi, mogli, mariti, amanti, figli.
    In questo ci ritroviamo, solidarizziamo persino con il terrorista più determinato. Non condividiamo l’azione ma ne riconosciamo dentro di noi il movente profondo. Al volgere dell’ultima pagina, con l’immagine di una camicia che vola dalla torre, non mi viene in mente nient’altro da dire che: grazie per averlo scritto.

Il libro di oggi – L’uomo che cade, di Don Delillo

giovedì 22 maggio 2008

 

 

 

    “Ogni volta che vedeva un filmato degli aerei Lianne avvicinava un dito al pulsante di spegnimento del telecomando. Poi continuava a guardare. Il secondo aereo che spuntava da quel cielo azzurro ghiaccio, era quella la sequenza che le penetrava nel corpo, che sembrava scorrerle sotto la pelle, quella fugace accelerazione che trasportava vite e storie, le loro e la sua, quelle di tutti, in un’altra distanza, al di là delle torri.

    I cieli che conservava nella memoria erano drammi di nuvole e mare in tempesta, oppure la lucentezza elettrica prima del tuono estivo in città, sempre legate alle energie dei fenomeni atmosferici, di ciò che c’era lassù, masse d’aria, vapore acqueo, venti da ovest. Questo era diverso, un cielo terso carico di terrore umano in quegli aerei sfreccianti, prima uno, poi l’altro, la forza dell’umana determinazione.

    Keith si mise a guardare con lei. Ogni singola disperazione impotente stagliata contro il cielo, voci umane che invocavano Dio, e che orrore immaginare tutto questo, il nome di Dio sulla lingua degli assassini e delle vittime al tempo stesso, prima un aeroplano e poi l’altro, quello dei due che sembrava quasi l’omino di un cartone animato, con occhi vividi e denti, il secondo aereo, la torre sud. (…)

    Keith disse: – Sembra ancora un incidente, il primo. Anche da questa distanza, da fuori, con tutti i giorni che sono passati, io lo guardo e penso che è un incidente.

- Perché non può che essere così. 

- Non può che essere così, – disse lui.

- Il modo in cui la telecamera sembra quasi sorpresa.

- Ma solo la prima volta.

- Solo la prima, – disse lei.

- Il secondo, quando spunta il secondo aereo, – disse Keith, – siamo già tutti un po’ più vecchi e un po’ più saggi.”

 

    Ho finito il libro di Delillo e voglio condividere questo stralcio senza inquinarlo con i commenti. Lo farò tra qualche giorno. Oggi mi sento solo di dire: leggetelo.

Il libro di oggi – Spingendo la notte più in là, di Mario Calabresi

giovedì 1 maggio 2008

 

 

 

    “C’è un modo di coltivare la memoria insopportabile, commemorazioni in cui per ore si ripetono riti burocratici di una noia irritante: mille ringraziamenti barocchi, un profluvio di aggettivi del tipo ‘barbaramente ucciso nel fiore dei suoi anni da vile mano assassina’. Dicono di voler tenere viva la memoria, ma questo è il modo sbagliato, soprattutto se si parla davanti a dei ragazzi delle scuole: li vedi che si annoiano, non capiscono niente, inondati da nomi e citazioni di cui non conoscono il contesto, di cui non hanno nessuna idea.

    ‘I giovani hanno il dovere di sapere… devono ricordare… ‘ Ma allora raccontate loro qualcosa che valga la pena essere ricordato. Quando mi capita di partecipare a questi incontri, scelgo di parlare di mio padre come di un uomo normale, non di un eroe o di un marziano, di raccontarne debolezze e curiosità. Bisogna spiegare che gli eroi erano persone comuni, ma con la caratteristica di avere passione infinita per le cose che facevano, uomini con cui sia possibile identificarsi, che amavano il loro lavoro e lo facevano con scrupolo.”

    Il libro di Mario Calabresi si legge tutto di fila. E ha la proprietà di portarci dentro quei giorni attraverso il punto di vista ora di un bambino, ora di un adolescente che cerca di capire cos’è successo quindici anni prima alla sua famiglia, ora di un uomo maturo che vuole ricomporre la memoria e forse anche trovare una pace.

    La chiarezza di questi punti vista che cambiano di volta in volta nel piano del racconto, lungi dal confondere aiuta, fa sentire vive e vere le cose. Mario Calabresi è del 1970, e racconta di aver frequentato spesso la sala video della Sormani di Milano. Consultava metodicamente i microfilm con i giornali dei giorni dell’omicidio, e dice di averci anche visto del gran cinema, ad esempio Truffaut. In quegli stessi anni – ne abbiamo due di differenza – bazzicavo anche io la stessa sala. Chiedevo prima un libro, l’opera con testo a fronte della versione che ci era stata assegnata per il giorno dopo, latino o greco che fosse. La copiavo, la studiavo, e poi andavo di sotto in sala video, a vedere…. Truffaut.

    Mi fa effetto pensare che magari siamo stati lì insieme, che chissà forse ci siamo “rubati” qualche film a vicenda. Perché fa effetto pensare che la storia ci possa essere passata accanto. Ti colpisce quando pensi che eri lì mentre delle cose di cui non sapevi nulla stavano accadendo. Prendere coscienza. Collocare una vicenda in un tempo e in uno spazio precisi. Le emozioni più sottili sono comunque sempre ancorate a un dove e a un quando. Questa forse è la memoria di cui Mario Calabresi parla.

    Sì, è un libro intenso e pacato. Mi sono messo a cercare sulla rete il nome di Luigi Calabresi, e naturalmente viene fuori di tutto. Per cui, alla fine uno che in quegli anni era appena nato, non può che farsi un’opinione da lontano. Pare evidente che il commissario non buttò il povero Pinelli dalla finestra, ma quali fossero i suoi metodi e se fossero troppo duri è per me materia inaccessibile.

    Ciò che è accessibile e molto bello è il tentativo di un figlio di ricostruire senso e memoria alla propria vita, a quella delle persone a lui care. Perché un personaggio è sempre alla ricerca del senso, dell’organizzazione degli eventi in un filo che tenda a un fine. E soprattutto “Spingendo la notte più in là” mi lascia una sensazione forte – non di quegli anni ma degli anni successivi, nei quali ero abbastanza grande per ricordare – e cioè che fosse tutto più vero. Che le cose che avvenivano fossero sulle strade, nelle piazze, nelle scuole. Nessun rimpianto per quel clima, dal mio punto di vista. Ma per il contatto con la realtà sì, moltissimo. E forse questo libro centra qualcosa di importante: raccontare una storia oggi ha anche il compito di riavvicinarci alla vita vera, quella che sempre più sfugge al nostro contatto. Spingendo il monitor, internet, la televisione, più in là.

     

Il libro di oggi – Americana, di Don De Lillo

lunedì 31 marzo 2008

 

 

 

 

    “Diceva che il nostro vero desiderio, nei più profondi recessi del nostro cuore, è distruggere tutte le foreste, le case bianche, i ponti coperti, le ville signorili, i giardini di azalee, i grandi fienili rossi, le case coloniali, le chiatte per il trasporto fluviale, i villaggi dei cacciatori di balene, le segherie, i mulini, i palazzi d’anteguerra, le capanne di legno, le belle chiesette antiche e i depositi ferroviari.

    Tutti noi, in segreto, siamo totalmente a favore di questa distruzione, perfino gli ambientalisti, perfino quegli individui battaglieri che di professione vanno a picchettare gli edifici storici destinati alla demolizione. E’ questo che siamo. Linee dritte e angoli retti. Ammetterai anche tu che nell’intimo proviamo un brivido di fronte a qualcosa di bello che va in fiamme.

    Il nostro desiderio è di ricacciare le cose belle e antiche nell’oblio, per sostituirle con strutture identiche ma insapori. Scatole di cellule tumorali. Stanze grige e ordinate in cui meditare e leggere gli annunci pubblicitari. Prova a immaginare gli straordinari motel di prateria che saremmo capaci di costruire se solo cedessimo completamente ai demoni della nostra vera natura; immagina le automobili che ci porterebbero da un motel all’altro, i macchinari monolitici alti come palazzi di cinquanta piani che costruiremmo per eliminare le vittime degli incidenti d’auto senza il fastidio dei funerali, senza sprechi per lapidi e sepolcri.

    Diamo mano libera alla polizia. Autorizziamo i folli governanti della nazione a distruggere chiunque vogliano. Questo è ciò che vogliamo veramente. (…) Di venire finalmente a patti con l’ira fasulla che tanto spesso mostriamo di fronte al proliferare della sterilità e della violenza nella nostra cultura. Uccidiamo le vecchie case di campagna e le stazioni ferroviarie barocche. Uccidiamo le casette di provincia marce e puzzolenti. Facciamo saltare in aria il ponte di Brooklin. Facciamo saltare in aria Nantucket. Facciamo saltare in aria la Blue Ridge  Parkway. Rendiamoci finalmente conto che viviamo nella Megamerica. Luci al neon, fibra di vetro, plexiglass, poliuretano, mylar, resine acriliche.”

 

    …era il 1971. Questo è il romanzo d’esordio di Don De Lillo. Lo sto finendo e ne sono profondamente colpito. Trent’anni fa moltissime cose erano già chiare per lui. Mi rimane dentro “l’ira fasulla che tanto spesso mostriamo di fronte al proliferare della sterilità e della violenza nella nostra cultura”.  Se una storia è ben raccontata, è molto più vera di un libro di storia.

Il libro di oggi – Turno di notte, di Cristina Cattaneo

lunedì 14 gennaio 2008

 

 

 

 

 

    Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente la dottoressa Cristina Cattaneo, dai tempi del suo primo libro, “Morti senza nome”. Allora era stata un’esperienza abbastanza speciale: le vicende, il contesto, tutta un’umanità intorno a noi alla quale si tende a pensare in termini più televisivi che reali. Omicidi, degrado, ma anche semplicemente oblio, solitudine. Storie che finiscono male e che non sentiamo contingenti perché è la fine in assoluto che tendiamo a rimuovere.

    In questo secondo libro la mia attenzione si è spostata – o forse anche la scrittura si è evoluta – verso la fermezza del suo sguardo. Veniamo condotti nell’inferno, in un calderone di disagio, orrori e rovine di vario genere e livello, ma sempre essendo accompagnati dalla sua mano che ci guida. E’ di questo che mi interessa parlare. Del fatto che capita di trovare dei “colleghi trasversali” in altri campi e professioni.

    La ricerca che in qualche modo caratterizza sempre di più il mio percorso personale e professionale, e cioè il tentativo di mettere a fuoco più che gli eventi la configurazione che ne facciamo dentro di noi, più che le parole il loro risuonare e costituirsi in un senso e in uno sguardo, ha trovato in questo libro un aiuto e un conforto. Perché tanto più se la realtà è estrema, la nostra libertà di configurarla e illuminarla in una lettura ci sembra risicata ed invece si fa fondamentale. E’ proprio davanti alla donna putrefatta nel bagagliaio di un’automobile, nei dettagli più sordidi dell’odore e delle operazioni da compiere vincendo il rigor del suo cadavere che la luce degli occhi diventa decisiva. Le emozioni che proviamo, la lettura che diamo, non dicono molto di ciò che stiamo guardando ma dicono molto del nostro sguardo, e quindi di noi.

    In questo caso le parole della dottoressa Cristina Cattaneo ci fanno sentire che non siamo mai abbandonati dalla sua fiducia nella possibilità di cercare un senso. Non nella riuscita tecnica del suo lavoro, che spesso a quanto pare non giunge a fermare i colpevoli né ad assegnare nomi e cognomi a chi muore senza documenti. Fiducia nel fatto che ogni dettaglio macabro possa essere guardato per restituire la vita a se stessa. Che ogni dolore patito prima della morte possa trovare uno spazio per essere raccontato e quindi testimoniato.

    Dalle sue parole, che non indulgono mai in lezioni di morale o di etica, dallo sguardo teso e terso che indirizza sulle cose, sentiamo che non è mai troppo tardi per cercare di capire, che la vita non è mai così decomposta e putrefatta da non essere portatrice di memoria e di significato. Sento in queste pagine che le immagini sono messe sotto accusa. Telegiornali, cinema, soap. Pubblicità, televisione. Si può parlare di tutto senza dire nulla, e le parole che usiamo spesso servono più a nascondere che a dire. Si ha la netta percezione che più si guardano servizi di cronaca, più si leggono articoli con mille piccanti dettagli, più si sta andando fuori strada. Disperatamente allontanati dal senso, come dice Cristina Cattaneo, “dell’ultima rivista sfogliata” dalla vittima, e cioè della vita che c’era, “del vero furto” che un omicidio comporta.

    Posso dire personalmente che Cristina Cattaneo è una persona entusiasta. Lo è fin dal modo di salutarti. E il suo libro mi conferma una sensazione crescente, che non so dove mi porterà: che abbiamo sempre meno bisogno di cose nuove da guardare e sempre più bisogno di nuovi sguardi sulle cose che viviamo.

Lo spunto di oggi – Dalla parte del torto, di Elisabetta Bucciarelli

giovedì 6 settembre 2007

 

 

 

    “Educazione sentimentale. Questa era mancata a loro due, alla loro generazione forse e a quella precedente e anche a quella successiva. Chiamare le emozioni con il loro nome, guardarle, sentirne la consistenza. Il dolore, la rabbia, il desiderio, l’amore, lo stupore, la meraviglia, la tristezza, lo sconforto. Parole vuote, che si confondono.

    Incomprensibili reazioni, se uno muore si deve piangere. Se uno nasce si deve gioire. Se provo fastidio devo eliminare la causa. Se mi annoio devo trovare immediatamente qualcosa da fare. E se la  rabbia si impossessa di me devo reprimerla, se provo rancore devo perdonare. Se non mi eccito più abbandonare. Cacciare via le emozioni che non vanno, cancellare quelle che non sta bene provare, limitare, arginare, soffocare, annullare, azzerare.

    E soprattutto non si sa niente di come coltivarle, mantenerle, stimolarle. Non si sospetta neppure che vadano accolte, anche le peggiori, anche le migliori, come una benedizione. Perché senza sarebbe la morte.”

    Cara Elisabetta, ho passato l’estate con la tua storia. Tra un pannolino e un ghiacciolo, nella fabbrica quotidiana di una famiglia con due bimbi al mare, c’era anche Dolores Vergani, la tua detective. Che bella la tua voglia di raccontare. Uno si sente accompagnato da te, mai dimenticato, nei meandri dell’orrore. Sai toccare il male con una punta folgorante di umanità: ti fai sentire vicina vicina intanto che uno ti legge. Sai stare dentro ciò che racconti e non al di sopra o al di fuori. Questo secondo me significa voler scrivere, non voler semplicemente essere degli autori.

    Di altri aspetti come sai parleremo. Ma voglio condividere con tutti questa storia così milanese nei modi e così universale nei temi. Grazie di questo viaggio. 

Lo spunto di oggi – Tiziano Terzani e l’arte del profumo

giovedì 26 ottobre 2006
 
  Tempo fa, una cara amica mi ha regalato “Un indovino mi ha detto”, di Tiziano Terzani. In quel momento non potevo leggerlo, perché ero in mezzo ad altre letture. Poi però, vinto dalla curiosità, l’ho sfogliato e ho visto che si poteva fare: era diviso in comodi articoletti, e la cosa era affrontabile al ritmo di uno a sera. E vada per il Terzani, dai.

    Ma come potevo non aver mai letto niente di lui ? La mia amica era vagamente sorpresa da questo fatto. Devo dire che mi accade quasi sempre con le persone e le opere di successo planetario. Snobberia ? Non so, sta di fatto che entrare in un viaggio che tutti hanno già decretato meraviglioso mi dà un certo fastidio. C’è solo da perderci, no?

    L’ultima volta che mi era successo fu addirittura ai tempi di “Va dove ti porta il cuore”, non era possibile che non avessi letto il successo di Susanna Tamaro. Un giorno, era estate, mi ci provai. Arrivai fino a pagina 30, quando mi accorsi che il personaggio di un’anziana piena di dolori per l’artrosi, nel tempo libero potava le rose. Fatti due conti e avendo potato qualche rosa, decisi che non ci potevo credere, e tuttora non so cosa accada a pagina trentuno.

    Con Terzani è stato un po’ diverso. L’immagine pubblica non mi è mai sembrata sincera. E’ un’impressione del tutto personale, ma quest’uomo che raccoglie in sé tutta la saggezza del mondo, tutta l’antichità dell’oriente, tutta la modernità dell’occidente, tutta la cultura, tutto lo spirito…. mamma mia quanti tutto… sarà anche tutto vero ? Boh. In ogni caso, l’amica è una persona di intelligenza acutissima, e mi fido.

    Per qualche sera mi ritrovo nel letto con in mano la storia dell’indovino. E mi sembra di essere seduto a un bar, con un amico dai tanti viaggi, dai tantissimi soldi, dalla molta informazione che profuma di cultura, dall’enorme talento nel raccontare quadri geopolitici di rara complessità senza mai dare l’impressione di  semplificarli. Ecco cos’è. Terzani ce l’hai in tasca, lo leggi in tram, in mezzo al casino, sotto l’ombrellone mentre i bambini sparacchiano sabbia e schizzi, in coda alla posta tra conti correnti e litigi. E riesci a seguirlo perfettamente.

    O bella, ma com’è che sono diventato così intelligente e capace di concentrazione ? E questa sensazione edificante che mi lascia dentro, di aver capito tutto anche se non mi ricordo niente di preciso… da dove viene ? Il volume viaggia spedito verso le quattrocento pagine. E ogni tanto mi chiedo: ma cosa sta dicendo ? La risposta è sempre più o meno la stessa nel corso dell’opera: il mondo occidentale è invaso da una paurosa ondata di materialismo che lo sta prosciugando spiritualmente, e in questa fragorosa e violenta caduta, l’Occidente porta con sé anche l’Oriente.

    Bene. Qualcuno aveva dei dubbi in proposito? Valeva la pena di scrivere quattrocento pagine per dire questo? Valgono la pena tutte queste parole, per dire che gli indovini dicono tutto e il contrario di tutto ? Sinceramente, credo che il talento vero di Terzani sia stato quello di mettere in moto delle riflessioni usando parole di grande semplicità (e questo è davvero bello e raro) ma soprattutto che sono già state dette tutte. Abbiamo la sensazione di camminare verso un sapere, ma le sue parole sono un tapis roulant che ci lascia dove siamo. A me onestamente sembra che le pagine di Terzani stiano alla conoscenza come Harry Potter sta alla letteratura. Profumo.

    Alla fine mi arrendo. Ma prima di abbandonarlo, leggo dentro la copertina: la dedica della mia amica. E trovo anch’io, prima di chiuderlo, qualcosa che ricorderò del libro.