Archivio della Categoria 'Novità'

Il libro di oggi – La fortuna non esiste, di Mario Calabresi

giovedì 27 ottobre 2011

“Da cinque giorni era cominciato un anno tumultuoso che avrebbe portato l’Italia in guerra. (…) Alle cinque del pomeriggio il dottor Buscaglino, di professione medico di famiglia, aveva finito il giro delle visite, quando decise di passare in via Pier Carlo Boggio 134 (…). Anche quel pomeriggio, nonostante fosse stata una giornata soleggiata, la temperatura era sotto lo zero e il termometro nella notte avrebbe fatto segnare -6.

Si fermò davanti al portone, si aggiustò i baffi rossi che erano il suo biglietto da visita, entrò nell’androne e chiese alla portinaia notizie della signora Marietta Cavadore e della sua gravidanza. La donna scosse la testa: “E’ caduta nel primo pomeriggio e ha perso la bambina. E’ nata morta.” “Perché, era femmina?” chiese istintivamente il medico. “Sì, ma non è sopravvissuta”.

Il dottor Buscaglino rimase immobile, era padre di due maschi, una figlia femmina era il sogno della sua vita, e gli sembrava terribilmente ingiusto che quel giorno il mondo avesse perso una bambina. Prese le scale, salì al secondo piano e suonò. (…) Entrò piano nella camera, Marietta giaceva a letto. Era scivolata in casa mentre era incinta di sei mesi e mezzo e aveva avuto un’emorragia. Il medico, arrivato quasi subito, era riuscito a bloccare il sangue, ma non aveva potuto evitare il parto spontaneo. Aveva dovuto registrare la perdita di una bambina venuta al mondo troppo prematura per poter sopravvivere.

Il dottor Buscaglino, con un certo imbarazzo, chiese dove fosse stata messa la neonata. Marietta non rispose neppure, Rosa fece un cenno con la testa indicando il mobile toilette con lo specchio: “Non sono ancora passati a prenderla”. Un fagotto fatto con le federe dei cuscini era appoggiato sul piano di marmo. Il dottore si avvicinò, lo aprì con cautela, si fermò a guardare la bambina con i palmi appoggiati sul marmo gelato, poi posò una mano sulla pancia della piccola per farle una carezza e ci fu un movimento: “Ma non è fredda: è tiepida”. La sollevò di scatto: “Disgraziati, ma questa bambina è mica morta, è viva.” “Ma non ha mai respirato, non ha pianto, non era neanche di sette mesi” gli rispose la nonna Rosa. “Non ha la forza per piangere, portatemi delle coperte, scaldiamola”.

Si mise a massaggiarla senza sosta, la avvolse nella lana e poi si avvicinò alla madre e, come in preda a una visione, cominciò a parlare in modo concitato: “Me la lascia portare a casa, ci voglio provare, non bisogna arrendersi: le costruirò una culla con la bambagia, le metto una lampada sopra, giorno e notte, le possiamo dare il latte con il contagocce”. Marietta fece sì con la testa, non aveva più parole, aveva perso e ritrovato la sua prima figlia, ma non voleva illudersi. Il medico strinse al petto il fagotto di lana e uscì di corsa. La portinaia sgranò gli occhi a vederlo passare con quell’involto che conteneva una bambina sotto il cappotto e lui le gridò: “Mandi qualcuno ad avvisare il becchino, non c’è più bisogno che venga”.

Era il 5 gennaio 1915, martedì. Maria Teresa, mia nonna, cominciò quel giorno, tra le braccia di un fascinoso medico dal pizzetto rosso, un’avventura che l’avrebbe portata a vedere l’elezione di Barack Obama. (…) “Ero un piccolo pollo che non aveva neppure la forza di piangere, ma sono arrivata fin qui perché ho incontrato un uomo che aveva voglia di scommettere sulla vita, che ebbe il coraggio di assumersi un rischio, di pensare con la sua testa e di non arrendersi quando gli altri mi davano per morta. Ho vissuto 94 anni, ma alla fine l’unica lezione che mi porto dentro è che non bisogna mollare mai. Mai arrendersi: bisogna essere curiosi, ambiziosi e artefici del proprio destino”.

Lo spunto di oggi – “ESSERE CINEMA” – Replica dei 4 incontri di analisi

lunedì 24 ottobre 2011

Con mia grande felicità i 4 incontri di analisi cinematografica proseguono al limite della ridotta capienza del mio studio. Alcune persone sono rimaste fuori dal percorso a causa di impegni e di posti esauriti. Per questo ripropongo questi incontri. Posto nuovamente la breve presentazione.

Con Essere cinema non si intende parlare di un cinema particolarmente interiore o difficile. Anzi percorreremo film estremamente conosciuti e godibili. Andremo piuttosto a riconoscere quel legame che esiste sempre fra la storia esterna e l’esperienza interna che il personaggio vive. Perché quello che ci capita ogni giorno assume il significato che gli diamo noi e – quando il cinema è scritto bene – tutto questo diventa evidente e ci emoziona perché ci sentiamo raccontati.

Essendo il mio studio una piccola tana, saremo al massimo in 12.

Faremo quattro incontri, ecco il calendario:

LUNEDI’ 14, 21, 28 NOVEMBRE; 5 DICEMBRE

ORE 20.15 – 22.30

STUDIO COVINI – VIA BONGHI, 4

ISCRIZIONE VIA MAIL A:  posta@giovannicovini.it

COSTO: 65 Euro.

Lo spunto di oggi – Due parole sul film di Dries Meinema

giovedì 20 ottobre 2011

Ci sono film che si prestano in modo particolare a farci guardare il nostro modo di guardare. Film come questo, cui rimanda il link del post precedente. Perché mettono pressione alle nostre idee e alle nostre aspettative più radicali e più radicate nei confronti della vita. Possiamo sentirci attaccati o sostenuti, possiamo ritenerlo un film che finalmente racconta le cose come stanno in tema di libero arbitrio e di solidarietà. O tutto il contrario. Ma quando i temi sono così forti e fondanti, indipendentemente dal nostro parere e dal parere dell’autore, il pericolo maggiore è di credere che siano film su qualcosa. Vorrei provare a disinnescare questo automatismo dell’argomento. Questo non è un film sul suicidio. Fondamentalmente perché – come diceva Fassbinder – non si fa un film su qualcosa. Si fa un film con qualcosa. Con una ragazza, con un anziano che non ha più voglia di vivere, con una bicicletta, con un bicchiere d’acqua, con degli sguardi.

Può apparire oziosa la riflessione, invece ci alleggerisce le spalle di molti pesi che portiamo anche quando non è necessario. Pensare questo film non come un film su qualcosa ma come un film con qualcosa, ci rivela che non siamo costretti a dibattere sul suicidio. Non implica riflessioni, espressioni di pareri – non che i dibattiti e i pareri siano nefasti di per sé, tutt’altro – ci viene anzi offerta la possibilità di stare con queste persone che vivono nel corpo dei due attori. Stare con loro, sentire quello che gli succede dentro. Dimenticarci – almeno per il tempo in cui il film scorre – che questa storia è stata scritta, girata e montata da qualcuno. Smetterla di torturarci con pensieri come che cosa avrà voluto dire l’autore, quale sarà il messaggio, il meta-messaggio, la tesi di fondo e altre allucinazioni del genere che sono purtroppo un imprinting della nostra cultura.

Possiamo calmarci, di fronte a questo film. La recitazione è di un livello così alto che ci consente di illuderci che sia tutto vero. Possiamo stare lì. E finalmente vivere il miracolo che il cinema cerca sempre di realizzare: regalarci un momento di un’altra vita, oppure della stessa vita ma ad un livello superiore di intensità e di significato, quando le cose nelle inquadrature diventano più di se stesse. Stare con la paura di questa ragazza, con la sua incertezza. Stare con la sofferenza sincera e innocente di quest’uomo anziano e solo. Perché il punto è che se partono le valutazioni della nostra mente, dei nostri principi e delle nostre idee, vince ancora una volta il passato. Tutte le opinioni, i pareri personali che abbiamo e nei quali ci riconosciamo, sono idee maturate nel passato, per l’esperienza che abbiamo fatto della vita. E ci impediscono di essere lì, presenti a quello che accade in quel momento.

Il cinema è un momento in cui stare nudi, presenti e leggeri. Senza tutto ciò che fa di noi quello che riteniamo di essere. Sollevati di questo peso potremmo scoprire di essere anche dell’altro. Potremmo scoprire che la nostra pancia ci dice qualcosa di simile a quello che fa la ragazza del film, o possiamo scoprire che dentro di noi ci sono voci discordi dall’opinione che pensavamo di avere. Un luogo meraviglioso in cui scoprire di avere dei dubbi e poterne uscire senza danni. In questo senso, le storie così asciutte e per niente arrabbiate, le storie così libere dalle tesi, dai messaggi da dimostrare, ci offrono molto di più. Una chance. Altri mondi interiori che potremmo scoprire di avere e di essere. Anziché porci di fronte al film con tono indagatore: Vediamo cosa dici e ti dirò cosa ne penso io, il cinema di alto livello ci offre la possibilità di essere lì indifesi, tra noi e noi, di metterci di fronte alla storia e dire:

Okay, sono qui. Toccami.

 

Lo spunto di oggi – Uitgeleefd (Leave on a High)

lunedì 17 ottobre 2011

Per ora mi limito a segnalare questo corto, che trovo bellissimo. E anche molto importante per un certo discorso. Ma non voglio disturbare la storia con le parole. Chi vuole, può vederlo qui. Fra qualche giorno ne parliamo. Buona settimana a tutti.

Lo spunto di oggi – Se Steve Jobs fosse nato a Napoli…

giovedì 13 ottobre 2011

Chi ancora non conoscesse il pezzo può leggerlo qui. Ormai è di dominio collettivo.

Confesso che l’ho amato molto, appena l’ho letto. Un ritratto spietato e ironico dell’Italia e di noi. Ma pensandoci, un ritratto che non mi sento di condividere fino in fondo. L’Italia è così, come scrive Antonio Menna. Solo che non è così Stefano Lavori. Stefano Lavori non investe i pochi soldi per qualche pezzo da assemblare per una grande idea. Stefano Lavori investe i pochi soldi per un biglietto di treno, di nave o di aereo. Oggi lavora alle cellule staminali in America, spara neutrini in Svizzera, fa parte dell’equipaggio americano nello spazio. Se fosse nato a Napoli… Stefano Lavori sarebbe andato via. Va via ogni giorno e non solo da Napoli. Del resto gli Stati Uniti sono famosi per dare a tutti una possibilità – non so se poi sia così vero, ma so che è vero che l’Italia è famosa per il contrario.

E’ la nostra forza avere delle penne come quella di Antonio Menna. Ma dall’altra parte mi dico che proprio l’Italia potrebbe essere il campo perfetto di applicazione delle idee di Jobs. Che sono improntate alla capacità di immaginare quello che non c’è. Da questo punto di vista siamo nel paese migliore del mondo. Accettare la provocazione di Steve Jobs significa provare ad immaginare un’Italia che funziona e che cresce. E realizzarla.

Lo spunto di oggi – Un altro piccolo frammento…

lunedì 10 ottobre 2011

…di me e della mia storia. Parole ascoltate da mio zio Agostino, durante un pranzo di Natale di dieci anni fa. Pensai subito che fosse obbligatorio salvarne la memoria. Girammo molto semplicemente, senza mezzi, senza niente. Solo con la voglia di ascoltare le sue parole che ci colpivano. La sorpresa fu che i suoi silenzi erano anche più forti. Lo sportello vuoto. Qui.

Lo spunto di oggi – Il tuo silenzio che verrà

giovedì 6 ottobre 2011

 

Caro Ivano,

molte delle parole che hai scritto in questi anni le ho capite con lentezza, non senza difficoltà. Molte hanno preso senso grazie alla musica che le ha sostenute e che le sostiene. Di solito nella memoria della gente i cantanti accompagnano periodi della vita e finiscono con il servire essenzialmente a questo. Una canzone ci rimanda a un’epoca, ad un amore o ad un viaggio. Sentirla ci riporta al cuore una parte della nostra vita.

Ecco, per me non sei così. Lo sono molti altri autori che in alcuni momenti della mia vita sono stati importanti. Non le tue canzoni, non tu. Se ascolto Una notte in Italia non penso a niente di particolare.  Una notte in Italia mi riporta soltanto a me stesso nel momento in cui la sento. Come moltissime altre canzoni che hai scritto, si fa strada dentro di me e non le rimane appiccicato niente di questo tempo che sto vivendo, così come non ha su di sé nessun residuo del mio passato.

Credo che questo dipenda dalla profonda libertà con la quale hai sempre scritto i tuoi pezzi, perché la libertà di chi canta chiama la libertà in chi ascolta. Perché i tuoi pezzi ci connettono a noi stessi, ogni cosa fuori si allontana e si sfuoca. Sono il ticket per un viaggio verso un altro livello di verità, quella di te che senti te stesso, di te che ti conosci e che ti senti vivo. Per una libertà come questa bisogna avere il coraggio di lasciare certe vie solitamente molto battute. Quella della facilità, per esempio. Quella dell’immediatezza d’ascolto. E poi occorre saper lasciare anche il versante d’autore, quello nel quale molti – comunque meno numerosi dei facili - si rintanano. Non è difficile riconoscerli: sono quelli inutilmente sofisticati perché non sanno essere sottili.

Il fatto che la tua musica dentro di me non si attacchi ad alcun periodo significa anche che ha quel carisma speciale che serve per essere presente. Non è adatta ad essere il sottofondo di niente, né di un amore né di un viaggio né di un dolore. Non la si può ascoltare come tappezzeria. Ci sono esperienze così: quando ascolti Mozart, quando vedi un film di Truffaut, quando leggi un racconto di Carver. Ti fanno entrare in quel momento, diventano presenti lì. Soppiantano il tempo che stai vivendo e ne creano un altro tutto loro. Non c’è distanza, non c’è epoca. Sono lì con il potere del talento. Ecco, le tue canzoni mi rimandano a questo. Non sono la colonna sonora di un periodo della nostra vita: sono un pezzo della nostra vita.

Voglio ringraziarti anche per le tue consonanti. Perché ci hai insegnato che possono suonare in modo meraviglioso, che danno elasticità e forma alle frasi e alla musica. Per i tuoi testi che hanno la saggezza dei vecchi e lo stupore dei bambini. Sì, il tuo lavoro mi ha aiutato come quello di nessun altro cantante.

Grazie infine per la cortesia, l’educazione, la finezza con la quale hai deciso di congedarti. Grazie per la… normalità. Che in questo tempo di eternamente giovani e immortali, di sempre splendidi e di piacioni, è quanto di meno normale ci possa essere. Hai detto che non potresti aggiungere niente a quel che hai già dato. Che sei arrivato alla fine di un percorso. Come hai scritto in una canzone: E dopo centomila ore non c’è un minuto di più. Che scendi dal palco e vai verso la tua vita. Che shock per il nostro mondo così in forma sempre e comunque a qualunque prezzo e a qualunque età!

Dopo tutti questi anni in cui lavori con amore sulle nostre emozioni, adesso ci proponi il silenzio. Il tuo silenzio che verrà. E so che sarà meraviglioso se lo sapremo ascoltare. Intanto, c’è una canzone che su tutte mi viene in mente mentre lasci la scena. Grazie anche per questa. Il battito.

Lo spunto di oggi – Seneca – Valutare se stessi

lunedì 3 ottobre 2011

“Esaminiamo prima di tutto noi stessi, poi le attività che intendiamo intraprendere, e infine le persone di cui ci occuperemo o con cui ci terremo in contatto. Prima di tutto, ripeto, è necessario valutare se stessi, dato che ci sembra, nella maggior parte dei casi, di avere più capacità di quante in realtà ne abbiamo: c’è chi sbaglia per eccessiva fiducia nella propria eloquenza, un altro per aver imposto al suo patrimonio oneri troppo gravosi, un altro ancora per aver costretto il suo fisico debole a troppi faticosi esercizi.

In alcuni casi la timidezza del temperamento nuoce alle relazioni sociali imposte dalle attività pubbliche, che richiedono invece un atteggiamento risoluto e deciso; in altri, l’insofferenza all’adulazione rende impossibile un lavoro nell’ambito della corte; molti non sono in grado di dominare l’ira e trascendono, per la minima offesa, a reazioni sconsiderate; c’è infine chi non è dotato del tatto necessario e per fare lo spiritoso si espone a un’incresciosa disapprovazione: per tutti questi soggetti è consigliabile una vita ritirata piuttosto che un’attività pubblica.

Un carattere focoso e indipendente deve evitare le sollecitazioni di una libertà che potrebbe riuscirgli dannosa. Insomma, devi considerare attentamente se il tuo carattere è più adatto a una fitta rete di relazioni sociali o a una dimensione contemplativa e di studio; è essenziale dedicarsi a ciò cui tende l’indole naturale: Isocrate costrinse Eforo ad abbandonare la carriera forense perché lo vedeva più adatto alla professione di storiografo. Le vocazioni contraddette non possono dare che frutti funesti: è tutta fatica sprecata quella che si compie nel fare qualcosa a cui la nostra indole è riluttante.

Bisogna inoltre valutare attentamente le attività a cui ci dedichiamo e misurare bene le nostre forze per verificarne l’adeguatezza: ci dev’essere di necessità più energia in chi agisce che nell’oggetto dell’azione: i pesi superiori alle capacità di chi li porta finiscono inevitabilmente per debilitare. Talvolta certe imprese non sono tanto preziose quanto impegnative, per il gran numero di dettagli che comportano; è bene evitare questo genere di attività, perché ne derivano fastidi sempre nuovi. Sono sconsigliabili anche tutte quelle occupazioni di cui è difficile o impossibile liberarsi; è opportuno occuparsi di attività che non abbiano in sé insidie di sorta, alle quali si possa fissare un termine o almeno prevederlo con un minimo di certezza, evitando quelle che richiedono più spazio del previsto o non terminano dove si era pensato.

Fondamentale è, in ogni caso, la scelta delle persone con cui avremo a che fare: consideriamo se siano meritevoli del tempo che dedichiamo loro, e se apprezzino adeguatamente il nostro impegno; può accadere infatti che alcuni ci rimproverino come una colpa il fatto di aver adempiuto ai nostri doveri. Atenodoro sostiene a questo proposito che non andrebbe nemmeno a pranzo da uno che per questo non si sentisse in certo qual modo suo debitore; e ancor meno da gente che pensa con un pranzo di sdebitarsi dei servigi degli amici, gente che considera ogni piatto un dono, come se l’essere intemperanti fosse solo un modo di onorare il prossimo. Se togli spettatori e testimoni a persone di questo genere e le fai pranzare da sole, il cibo non procurerà loro nessuna gioia.”

Seneca – La serenità

Leggo queste parole e non so se stupirmi di quanto mi ci senta vicino o di quanto mi ci senta lontano…

 

Lo spunto di oggi – Mai per meno di così

giovedì 29 settembre 2011

Ho visto questo corto ed è quello che mi sono detto: mai girare un film per meno di così. Grazie a Leila che me lo ha segnalato. Lo so, lo so: sentimentale, troppo facile, didascalico. Sì sì sì. Giusto. Mai – per – meno – di – così. Il film è qui.

“ESSERE CINEMA” – Quattro incontri di analisi cinematografica.

sabato 24 settembre 2011

Alla fine degli interminabili lavori di ristrutturazione posso tornare ad incontrare nel mio studio chi volesse fare un breve percorso di cinema. Nel frattempo sono intercorse molte riflessioni e si sono sviluppati nuovi punti di vista. E’ per questo che mi fa particolarmente piacere proporre questi 4 appuntamenti. Con Essere cinema non si intende parlare di un cinema particolarmente interiore o difficile. Anzi percorreremo film estremamente conosciuti e godibili. Andremo piuttosto a riconoscere quel legame che esiste sempre fra la storia esterna e l’esperienza interna che il personaggio vive. Perché quello che ci capita ogni giorno assume il significato che gli diamo noi e – quando il cinema è scritto bene – tutto questo diventa evidente e ci emoziona perché ci sentiamo raccontati.

Essendo il mio studio una piccola tana, saremo al massimo in 12.

Faremo quattro incontri, ecco il calendario:

LUNEDI’ 10, 17, 24, 31 OTTOBRE

ORE 20.15 – 22.30

STUDIO COVINI – VIA BONGHI, 4

ISCRIZIONE VIA MAIL A:  posta@giovannicovini.it

COSTO: 65 Euro.