Archivio della Categoria 'Radiografie'

Radiografie – Hard Candy, di David Slade

lunedì 25 agosto 2008

 

 

 

    E’ successo quest’estate. Due amici mi invitano a cena, e mentre mangiamo, Paolo mi chiede se conosco Hard Candy. Confesso di non averne mai sentito nemmeno parlare, così mi consiglia di guardarlo.  Non mi racconta nulla, perciò quando lo guardo non so davvero di cosa si tratti. E dal piano di realtà del mio divano, vengo letteralmente risucchiato da un’apertura che ridicolizza tutto quello che impariamo sulla tecnica della sceneggiatura e che – peggio – mi capita di insegnare. Ma il cinema, lo dico sempre in aula, è il luogo in cui si ama il senso delle regole violando le regole.

    Hard Candy inizia con una chat. Il testo semplice – ma scritto con precisione senza pietà – ci dice di una ragazzina che sta per incontrare un uomo. Pesco subito i miei riferimenti più recenti: Misterious Skin, The Woodman,  La Bestia nel Cuore. Altri più remoti, il corto di qualche anno fa, Foglie di Cemento. Solo che questo non somiglia a niente. Due personaggi da subito, in piena relazione. Uno studio fra gatto e topo, predatore e preda. La partita è in essere. E senza contesto, quasi avulsa da tutto. Il computer virtuale e poi dopo poche scene la casa dell’uomo, nella quale si svolgerà tutta la vicenda.

    Tutto quello che siamo abituati a configurare come inizio è gettato, non serve. In piena relazione dal primo secondo, lui e lei. Niente presentazioni, niente background. In realtà poi le cose che devono essere comunicate lo sono eccome: l’epoca, la classe sociale, l’età, il livello economico. Arriva tutto, ma tutto veicolato attraverso il loro scambio di parole scritte, dette, non dette. Di sguardi. Non vorrei passare l’idea di un film d’atmosfera furbetto. Non c’è inquadratura che non sia ancorata al senso. In alcuni momenti la progressione dei personaggi e la loro evoluzione sono avvitati secondo per secondo.

    Insomma, magnifico. Scritto, girato, montato, recitato in modo semplicemente superbo. E finché non è finito tu sei lì, dimentico di tutto, a vedere la violenza che ognuno porta dentro, microscopicamente rappresentata sullo schermo. A vedere tutte le magagne che nascondiamo sotto il pavimento della coscienza, le cose che non accetterebbero gli altri e che non accettiamo nemmeno noi. Senza pietà. Con tutta la furiosa, ruggente bellezza che ogni forma di seduzione porta con sé, mai disgiunta dal dolore di chi ne è sedotto senza poterla afferrare.

    E non mi va di parlare della cosa più clamorosa: che in Italia il film non è mai uscito nei cinema, non è mai stato distribuito. Lo si può vedere in dvd, era stato anche doppiato in italiano. Non mi va di parlarne perché bisognerebbe parlare dell’Italia e preferisco parlare di cinema.

    Cinema, appunto. Cinema violento, violentissimo. Un film duro e a tratti raccapricciante. Teso in una bellezza fotografica levigata ma stavolta finalmente necessaria alla situazione, funzionale ai personaggi. Ma per stomaci forti, è bene avvisare. La tensione della vicenda però, non è da thriller del videonoleggio. E’ uno scandaglio su molte cose: sulla vendetta, sulla legittimità di reagire a continue violenze che arrivano da tutte le parti scagliandosi contro qualcuno in particolare. Sulla capacità che abbiamo di nasconderci chi siamo negli aspetti che non ci piacciono. Sulla banalità delle nostre originalità. Su come siamo schiavi della nostra voglia di libertà. Su come ci perdoniamo ascrivendo alle nostre infanzie tutte le responsabilità. Un film spietato. Un trapano.

    Però…

    Non posso negare di aver sentito anche cose diverse. Ma le scrivo a livello personale, non sono relative alla qualità di questo film. Se posso dire, credo che noi oggi abbiamo sì bisogno di metterci sotto esame, come sempre. Di guardarci con meno assuefazione, con più rigore, più amore per la verità, e quindi con poco lusinghiere conclusioni su noi stessi, magari. E va bene. Ma se accendo la radio in macchina per il GR, mi viene da pensare che la vera memoria che abbiamo perso è la memoria di quanto possiamo essere straordinari. La fiducia nella inesauribile capacità di costruire e sperare che abbiamo dentro. Dopo le bombe i muri vengono ricostruiti, i morti sepolti e le famiglie lentamente  riavviate alla vita.

    Se posso dire, questo film è magnifico. Veramente. Ma dentro di me si fa strada la voglia di un cinema che senza ignorare il male e i dolori – anzi – sondi i motivi per cui vale la pena di sopportare sia l’uno che gli altri.

Radiografie – The Brave One, di Neil Jordan

venerdì 25 aprile 2008

 

 

 

     Certe volte basta un titolo. A rovinare tutto. In Italiano “The Brave One” suonerebbe “La coraggiosa”. Il titolo con cui il nostro pubblico lo conosce, invece, è “Il buio nell’anima”. Prima di vedere il film può essere che la cosa suoni quasi uguale, dopo invece ci si rende conto del danno.

    Se penso a Neil Jordan mi viene in mente un uomo con una trivella su un lago ghiacciato. Per la furia che lo anima di capire cosa ci sia sotto, di conoscere il non visto, tutto ciò che non emerge alla chiarezza ma che detta i movimenti profondi dell’inconscio, scava, scava, scava… finché il ghiaccio non cede e l’uomo non rimane divorato e sommerso dalla sua stessa scoperta.

     “The brave one” racconta la storia di una donna che sta per sposarsi, alla quale viene ucciso in un’aggressione il futuro marito. Dentro di lei si rompe qualcosa, e al risveglio dopo tre settimane di coma – dovuto al pestaggio di cui è lei stessa vittima – deve ricominciare da zero. Ma non sono solo la realtà e il suo progetto di vita ad essere cambiati: è lei. Dentro. Un’estranea le è entrata nel cuore, cammina al posto suo, pensa e agisce al posto suo. Dopo certe cose la tua vita di prima è finita, non potrai mai più essere la stessa persona nello stesso posto. E alla fine, questo sconosciuto diventa tutto quello che tu sei. Completamente altro.

    Il film non ruota intorno al fatto che veramente si cambi identità dopo un trauma del genere, ma lavora sul fatto che certi traumi ci costringono a prendere atto di quello che eravamo da sempre anche senza saperlo. “The brave one” non è la storia di una donna che precipita nel buio della propria anima, ma la storia di una coraggiosa che guarda in faccia veramente se stessa, le proprie ombre e la propria disperazione.

     Perno di tutto il percorso interiore è il midpoint del secondo atto. Erica, ormai già abituata ad uccidere, incontra il detective che indaga sui suoi casi. Lui non sospetta ancora di lei. Ma Erica ha bisogno di lui. Come di un’ancora per non farsi portare troppo lontana dalla corrente che ha dentro. Come una relazione nel progressivo deserto interiore: quando non riusciamo più a leggerci dal di dentro chiediamo aiuto a chi amiamo perché ci legga dal di fuori.

    E come in tutte le crisi, anche la nostra protagonista vive una divisione profonda. La serial killer vuole arrivare a vendicarsi fisicamente contro gli assassini del suo uomo, la donna vuole che la serial killer sia scoperta e si chiede Perché nessuno mi ferma ?  Già. Perché nessuno la ferma ? Perché la nostra aggressività, il rancore che abbiamo dentro, li deleghiamo ai gesti degli altri, dei nostri eroi. Il cattivo serve a questo nelle storie: a liberare l’aggressività che abbiamo nascosto in noi. A sfogare la violenza di cui non ci vogliamo fare carico perché troppo incagliati nelle remore, nei princìpi, nelle geometrie sociali. Non è un invito all’assassinio questo, ma un invito alla sincerità con se stessi.

    Il pubblico forse non riesce a condividere gli omicidi seriali di Erica, ma non smette mai di amarla profondamente perché ne capisce il dolore, il fatal flaw, la ferita profonda che si porta dentro. Da quando pensava di avere una vita perfetta a quando si ritrova nell’inferno, Erica – una Jodie Foster finalmente tornata in un film davvero grande -  non riesce mai a chiedere aiuto. E’ ciò a cui resiste fino alla metà del secondo atto, quando sente esaurite le sue forze, dilaniate dalla lotta che si scatena dentro di lei, e si affida al detective affinché la scopra. Ma la battaglia sarà ancora lunga.

    Il coraggio di guardarci dentro e di dirci chiaramente, quando lo siamo, che siamo delusi, arrabbiati, pieni di rancore. Il coraggio di ascoltarci veramente senza fronzoli, di questo parla The Brave One. Erica registra i suoni della città, dovrà imparare a registrare le voci che ha dentro. Questo coraggio apre le porte di un viaggio dentro se stessi che molto spesso miete molte vittime tra gli amici, i familiari, i conoscenti, se stessi.

    Ma non c’è alba se non c’è prima una notte fonda. Quella della separazione di te da te stesso. Quando non ti condividi più, quando tutto quello che ti hanno insegnato giudica tutto quello che sei. La tua cultura contro la tua natura. Il tuo buon senso contro la tua verità. E’ l’inferno. Oppure la porta per uscire fisicamente da quel tunnel nel quale Jodie Foster ripassa lentamente, alla fine del film. E nel suo passo lento e leggero sembra di cogliere lo sguardo di Neil Jordan su tutta l’America.  Una donna sola, piena di rancore, che riesce ormai soltanto a sparare e che non desidererebbe altro che essere fermata.

    Un film teso, spietato, bellissimo. Una lama che ti porti dentro, in silenzio. Uno specchio. Un regalo davvero.

Radiografie – L’isola di Nim, di Jennifer Flackett

mercoledì 16 aprile 2008

 

     

 

    La scialuppa si sgancia dai cardini e piomba nel mare in tempesta. Alexandra sfida le onde per andare a soccorrere una bambina che si trova sola su un’isola. E’ il turning point del film, il momento in cui il personaggio di Jodie Foster cambia completamente il proprio modo di interpretare la vita. Abbandona ogni buon senso e si lancia tra i flutti, ponendo così fine alla propria resistenza a crescere, a rischiare esperienze, all’inedito, che l’aveva caratterizzata fin dalla prima scena.

    L’Isola di Nim è il percorso di crescita e di maturazione di una donna, autrice letteraria di successo, che finalmente riesce a vivere ciò che aveva avuto il coraggio solo di sognare. Avrà come mentore una bambina, Nim, che della vita ha già capito molto più di lei. Nim infatti è già stata visitata dal dolore – è orfana di madre – e a undici anni sa cavarsela da sola su un’isola deserta, tanto che il padre scienziato si allontana per più giorni in cerca di microorganismi.

    Accade in questo film quello che è già accaduto per altri prodotti della recente produzione di Hollywood.  Anche qui, difatti, c’è una forbice che finisce per separare il centro focale del film dal suo protagonista. I bambini, comunque divertiti e contenti per gli innumerevoli momenti spettacolari, si identificano in Nim, che non a caso è centrale anche nel titolo. Il fatto è che il vero percorso non lo compie lei. Le vere azioni, gli ostacoli, i veri desideri profondi e per certi versi autenticamente drammatici sono tutti nel personaggio di Jodie Foster. Che però non è focalizzata come protagonista.

     La bambina è la protagonista concettuale, la scrittrice quella drammatica. E’ sempre un mezzo guaio quando le due cose non coincidono. Perché i concetti rimangono senza la forza delle azioni (alla fin fine la bambina in tutto il film manda due mail e non fa altro che aspettare che qualche adulto l’aiuti: l’invenzione della difesa dell’isola che lei organizza con gli animali è un modo per conferirle un mordente che rimane solo esteriore). Ma soprattutto le azioni rimangono senza concetti, senza valore. Estetica, intrattenimento. Niente dramma.

     Jodie Foster, una donna che invecchia con un’intelligenza strepitosa, è sempre lei: tecnicissima, cristallina, millimetrica. Ma il ruolo è pensato in piccolo, il personaggio non respira perché troppo citato – lo è esplicitamente – su quello femminile del primo Indiana Jones. Anche là una donna, delle fantasie, una paura totale del mondo. Anche là un momento di rottura e di uscita verso l’avventura. Anche là la ricompensa dell’amore. Il precedente è pesante e se si calcola che fuori dal multisala si vede il nuovo Indiana Jones in arrivo…. viene da chiedersi se quest’America non stia pensando strategicamente a un certo tipo di contenuti: trovare l’eroe che è in noi, che è poi l’alzata tematica dell’isola di Nim, con il dettaglio che invece che essere “alzata” una volta sola e chiaramente, è ripetuta mille volte e pedantemente.

     Certo un’America che sprofonda verso una recessione che alcuni economisti danno già per conclamata, con una sfiducia che corre come il vento e un futuro poco sereno, guarda caso rispolvera l’eroe che è dentro ognuno di noi. La fiducia. Il non arrendersi. Coltivare la forza in noi stessi è anche un bel modo per non guardare troppo fuori. Sì è una favola, ma i segni di una paura vera ci sono tutti. La scrittrice decide finalmente di prendere un aereo, e la scena in cui i metal detector impazziscono e lei subisce una perquisizione e una confisca di molti prodotti che sono proibiti nel volo, fa pensare gli adulti e li fa uscire per un momento dal film.

    Forse oggi nemmeno l’America crede più che si possano raccontare favole. Non senza passare dal via, da quel minimo principio di realtà che occorre in ogni narrazione per quanto fantastica. Direi che questo è l’aspetto più interessante del film per un adulto che vi si rechi: la dimensione più risicata che persino Hollywood concede alla fantasia pura. E’ una considerazione che mi è venuta spontanea perché a fronte di un momento storico difficile, la reazione del cinema in altri tempi era stata del tutto diversa. I tempi del musical, i tempi dell’alleggerimento e dell’evasione a tutti i costi. Oggi sono fiabe, ma fiabe spezzate.

    Il resto, nonostante il divertimento ritmico e visivo, è televisione: ancora un bambino orfano, ancora una tematica ecologista nel senso più disimpegnato del termine, ancora una retorica familiare. Un’ultima citazione per la giovanissima attrice. Fa pensare davvero all’esordio di Jodie Foster bambina. E sembra che  in questo film si passi fra loro come un testimone, un destino. La bambina è bravissima e sono convinto che la vedremo crescere e che ci emozionerà ancora e di più. Ma chissà in quale panorama saranno l’America e il suo cinema. Chissà quali saranno le fiabe.

Radiografie – Anche libero va bene, di Kim Rossi Stuart

lunedì 28 gennaio 2008

 

 

 

            Ho visto con il mio cronico ritardo il primo film di Kim Rossi Stuart. Ne avevo sentito parlare come di un esordio discreto, come di un buon film che poteva tutt’al più lasciar ben sperare per il futuro. Ma la sensazione che mi ha lasciato, invece, è molto diversa.   

          Si tratta di capire cosa si chiede a un film, cosa si spera di trovare in una storia. “Anche libero va bene” fotografa perfettamente una distanza tutta europea dal cinema americano. Senza tagliare a fette grossolane una situazione che in realtà è molto più specifica e differenziata, questa non è una storia di personaggi “da film” ma una storia che racconta persone vere.   

            Per vere intendo con un centro di sofferenza interiore con il quale ognuno di noi fa i conti come può e come riesce. Intendo senza un’idea di come dovrebbe andare il mondo ma con un atteggiamento pieno di ascolto per come va in concreto. E certo, quando scegli di raccontare la vita come fluisce veramente e non iperboliche gesta o scandali o mostri, devi fare i conti con strutture narrative più sottili, perché la spesa al supermercato difficilmente riserva una scarica di adrenalina come lo sgusciare di Alien dal petto di un uomo.   

            Va da sé che l’evidenza esteriore del personaggio americano nel nostro cinema debba trovare un corrispettivo nelle risonanze interiori. Questo rappresenta spesso una difficoltà per noi. Interiori lo siamo anche troppo, e spesso avari di fatti che conducano l’azione, che ti tengano lì a guardare. Forse “Anche libero va bene” ha qualche limite di ritmo, l’esordio del primo atto è faticoso anche visivamente. Ma nel corso della storia si riprende con gli interessi fino a diventare a tratti toccante e bellissimo. Il profilo dei personaggi, dei due genitori e dei due giovanissimi figli, non è mai banale, mai facile. C’è intensità nella scrittura e verità nella recitazione.

                Lo scorrere della vita quotidiana di una famiglia difficile, con una madre che non riesce a tenere il proprio corpo dove lo vorrebbe il cuore, di un bambino che ha capito prima di suo padre certi meccanismi del disamore, della distanza e della paura, di una ragazzina all’inizio dell’età veloce dell’adolescenza, che cerca di guardare con lucidità una situazione che la sovrasta, con un modello femminile di riferimento già usurato e deludente. Un padre, Kim Rossi Stuart, che proprio non riesce a venire a capo del suo senso di inferiorità che lo porta a confliggere con il mondo intero, a chiudersi in un’infantile difesa del proprio io anche quando nessuno lo attacca.

            Apparentemente un quadro da spararsi, invece il film si muove con grande attenzione sulla concretezza delle piccole cose. Gli abbracci non sono accompagnati da struggenti colonne sonore, i litigi non sono sostenuti da montaggi frenetici. C’è qualcosa di neorealista in questo modo di guardare. Qualcosa che, confesso, mi piace moltissimo perché è come se mi ripulisse lo sguardo dalla fiumana di cose girate in onore della camera e del tavolo di montaggio che si vedono abitualmente.

            “Anche libero va bene” ci tiene per mano di fronte all’inferno della famiglia mettendo in atto nei nostri confronti quell’amore che manca in ciò che ci mostra. Ci accompagna nel nostro mondo, fatto di famiglie nelle quali gli adulti non crescono, e i bambini devono farlo più in fretta. Guarda con tenerezza e forza un mondo che ha pochissima tenerezza e nessuna forza.

    E, come ogni volta in cui lo sguardo è efficace e sincero, anche se la situazione non ci riguarda personalmente sentiamo che qualcosa ci guarda dentro, ci tocca, ci fa condividere emozioni profonde che fanno parte di altre vite, e ci ricorda che non siamo fatti di sola adrenalina e di ritmo, ma anche di silenzi, di respiri e di tempo.

 

Radiografie – Ratatouille, di Brad Bird e Jan Pinkava / seconda parte

giovedì 8 novembre 2007
 
 
 
 
    Arriva per tutti. Il tempo del fare. Nel caso di Remy e di Linguini, del fare insieme. E qui c’è un nuovo punto chiave del viaggio: nella casetta di Linguini, uomo e ratto cercano un linguaggio. Linguini deve interpretare le tirate di capelli di Remy e farle diventare azioni concrete. Nient’altro che mettere d’accordo testa e mani. Perché a questo punto è chiaro che ratto e uomo sono due parti dello stesso essere, e che il primo linguaggio che dobbiamo costruire è quello che ci permette di comunicare correttamente con noi stessi.
    Fra intenzione e azione, fra progetto e realizzazione, fra le idee e le cose c’è un lungo e sempre faticoso percorso. Soprattutto per chi ha sognato tanto e ha grandi speranze, i conti con la realtà sono affilati come lame. Ed eccola la realtà. Una cucina di lusso nella quale viene realizzato ogni sera il verbo del grande Gusteau. L’ostilità del nuovo cuoco mette Linguini alle prese con una ricetta che Gusteau stesso definiva maledetta, non riuscita. Niente di che stupirsi, ormai lo sappiamo: il mondo non ci vuole mai, all’inizio.
    Finché non lo portiamo ad avere bisogno di noi.
E c’è un solo modo per farlo: dargli di più di quello che si merita. Quello di cui necessita la ricetta maledetta è solo un modo diverso di essere guardata. Finché le ricette sono regole noi non possiamo che esserne gli esecutori. Ma se le ricette vengono viste come indicazioni di possibili strade, allora noi diventiamo viaggiatori, interpreti, scopritori. In un mondo nel quale tutti sono al servizio delle ricette di Gusteau, Remy capisce che le ricette sono al servizio di chi mangia. E reinventa il piatto, contraddicendo la ricetta e sposandone il senso profondo.
    Dare al mondo il meglio di sé comporta sempre delle fratture. Perché una parte del mondo si apre alle risorse che offriamo, mentre l’altra resiste nella difesa dell’istituito. Per questo si scatena una nuova serie di sfide e di trappole che qui sarebbe lungo analizzare. Di fatto però possiamo dire questo: una volta che il mondo scopre un contributo di novità, tende subito a dargli un ruolo, ad istituirlo appunto, e quindi quasi a spegnerlo. E’ il prezzo dell’ingranaggio e dell’integrazione. In questo tentativo di “appropriarsi” di qualcuno, l’ingranaggio deve far fuori qualcun altro. La novità e la qualità portano invidie e conflitti. Come dentro di noi: ogni novità crea fratture e ricomposizioni dolorose.
    Nonostante Remy veda il mondo in trasparenza attraverso il cappello da cuoco di Linguini – delicata ed elegante carezza a chi è costretto a vedere il mondo dietro il burka – questo ristorante comincia ad essere un mondo irrinunciabile, nel quale i due personaggi si trovano sempre meglio. E quando il nostro extra – mondo ci ha portati con sé e ci ha assorbiti in pieno, quando gli abbiamo dato il meglio e siamo stati riconosciuti per quello che valiamo, quando siamo felici di noi e di quello che stiamo riuscendo a fare… tutto ciò da cui siamo partiti torna a farsi vivo.
    La famiglia, segno dell’appartenenza e della provenienza, e il padre, segno dei valori di riferimento cui siamo stati istruiti e formati. E di colpo, al rispuntare della sua tribù, Remy capisce quanto è andato lontano. Seguire se stessi profondamente apre tagli non ricomponibili in questa vita. Il padre può volergli tutto il bene del mondo ma non può smettere di essere un topo e di essergli padre. E tutto questo amore per gli uomini no, proprio non lo può accettare. Così conduce Remy davanti a un negozio di trappole per topi. Oltre la vetrina, come nel barattolo di vetro del primo atto, ci sono i topi morti nelle tagliole e nelle molle, e il padre invita Remy a rendersi conto di che cos’è l’uomo. E sono lì, padre e figlio, di fronte ai cadaveri oltre il vetro: chiusi fuori contro chiusi dentro.
    Qui si decide. C’è il momento che apre le porte al terzo atto. Se da “piccolo” qualcuno lo aveva liberato da un barattolo, da adulto deve avere la forza di farlo da solo. Ratatouille è essenzialmente un film sulla libertà, e la libertà ha un costo altissimo. E’ tutto in quel fermo immagine del primo atto, con Remy che fugge dalle fucilate della signora rompendo il vetro – ancora – e recando con sé il libro del cuore. Mentre il padre contempla l’orrore delle trappole in vetrina, Remy sente che la trappola è stare lì, affacciati sul versante delle proprie paure. E se ne va. Trotterellando lungo il marciapiede sfila via, verso le sfide finali che lo attendono. E che non analizziamo qui, per non disturbare il finale a chi lo vorrà vedere.

Radiografie – Ratatouille, di Brad Bird e Jan Pinkava / prima parte

lunedì 5 novembre 2007

 

 

 

 

    Barattoli di vetro, cofani di automobili, trappole, lucchetti, maniglie a scatto. Ratatouille è essenzialmente un film sulla libertà. Quello che colpisce degli americani, quando sono bravi, è la concretezza di cui sono capaci in sceneggiatura. Nessuno come loro sa rendere i temi profondi così tangibili sullo schermo. Indifferenti alle accuse di didascalismo -  non del tutto immotivate  – che gli arrivano dall’Europa, continuano a produrre storie nelle quali l’arco degli eventi incide sempre con puntualità e precisione sul tema del film.

    Storia di un topo che scopre dentro di sé una personalità importante, Ratatouille narra la lunga e dolorosissima lotta che ognuno di noi compie per incontrare se stesso senza paura. La strada che conduce al nostro cuore passa necessariamente da tutti gli altri e da tutto il resto. Un percorso ad ostacoli, che ad ogni salto ci toglie sogni, illusioni, speranze. Ad ogni giro di corsa ci spoglia un po’ della poesia con cui eravamo partiti. Fino a che non ci rendiamo conto che quella non era poesia, ma un’idea facile, falsa e superficiale di noi stessi, della vita e del mondo.

    Incontrare se stessi e decidere di conoscersi comporta la messa in gioco di tutto ciò in cui eravamo inseriti prima: relazioni, ruoli, reputazione. La paura è sempre lì con noi a spiegarci che le svolte sono sconsiderate e impossibili. Questo pensa Remy, solo sul bordo di una fogna di Parigi, sganciato dal resto della sua famiglia in fuga perché attardatosi con il libro del grande cuoco Gusteau. La paura sa mascherarsi da consapevolezza e parla con parole che sanno di verità: tu sei quello che sei, non puoi cambiare le cose. Qui c’è l’alzata tematica, nel cuore del primo atto: il fantasma di Gusteau parla al topino Remy e gli dice: “Se non lasci quello che hai vissuto non puoi aprirti a quello che verrà”. Questa è l’asse tematica del film.

    Il percorso ha inizio dalla più semplice e dalla più difficile delle cose: la capacità di ascoltare. Il primo atto è finemente tessuto su questa linea: i compagni di Remy pensano solo a mangiare e non ascoltano nemmeno una frase di quello che lui dice. La sua famiglia vive in un’interruzione continua e in una superficialità disarmante, e congela le parole di Remy oltre un invisibile muro di estraneità. Remy invece entra nella casa di una signora, dove può ascoltare il grande cuoco Gusteau che parla in televisione e spiega le sue ricette.  La prima mossa della paura per impedirci di partire è fare in modo che non ascoltiamo. Ogni parola che entra ad abitare in noi è potenziale portatrice di cambiamento, e il cambiamento è morte di quel che viene cambiato e nascita di quel che non si conosce. Remy, quindi, senza compiere alcun atto clamoroso, si impone sottilmente come un eroe piccolo ma coraggioso.

    Emerso dalla fogna, Remy si trova alle soglie dell’ extra – mondo che lo attende: il ristorante del grande Gusteau. Ma maturare la decisione definitiva, fare il salto e buttarsi, non è mai facile, e richiede una dose di follia, di abbandono e di incoscienza che è quella che ognuno di noi mette nella scelta di una relazione, di un lavoro, di una casa nuova. Eccoci dentro il ristorante, impauriti come il piccolo Remy, e scopriamo che lungi dal mantenere le meraviglie che immaginavamo, il mondo in cui ci siamo buttati è pieno di insidie, di pericoli mortali e di umiliazioni. Gran finale: sembra non avere alcun bisogno di noi, perché ogni mondo che si costituisce tende a conservare se stesso e il proprio funzionamento, a rifiutare gli estranei come noi rifiutiamo il cambiamento. Il mondo ci somiglia, essendo opera nostra, per questo ci fa tanta rabbia…

    Ancora una volta la chiave è osservare. Amici, nemici. Di chi fidarsi e chi temere. E ci si fida sempre dei più deboli, perché almeno non possono nuocere. Così Remy finisce insieme allo sguattero Linguini. Lo salva da un disastro culinario correggendo di nascosto la ricetta di una zuppa. La zuppa ottiene un grande successo e Linguini viene chiamato a replicarla, pena la perdita del posto di lavoro. Remy viene visto e catturato, e Linguini viene incaricato di far secco il topo lontano dal ristorante. Remy finisce in un barattolo di vetro in mano al ragazzino, sul bordo della Senna. E mentre l’acqua del fiume  scorre a simboleggiare la vita che passa, i nostri eroi sono lì, uno di fronte all’altro: chiuso dentro contro chiuso fuori, il vetro è uno specchio e i due si riconoscono.

    Tra perdenti si parla. Così Linguini capisce che la ricetta è opera del topo. Ascoltare non ha senso se non è seguito da credere. Ci vuole ancora coraggio. I due sono liberi solo di stare insieme: l’uno introduce l’altro nella cucina dei sogni, e questo gli fa eseguire di nuovo la ricetta. E’ una scommessa, un patto. Linguini apre il barattolo. E qui c’è la prima chiave portante del film. Il mid-point dei due personaggi, il loro punto di morte che precede l’intuizione decisiva: Remy scappa per qualche metro poi si ferma e capisce. Una volta che assaporiamo la libertà ci viene addosso la domanda necessaria e inevitabile: liberi di fare cosa ?

    La libertà è libertà di diventare pienamente se stessi, e cioè di ubbidire con scrupolo a quello che siamo profondamente. A che serve a Remy scappare verso la vita di prima ? L’unica strada alla vita che ha sognato e per la quale ha così tanto rischiato, è accettare un’altra svolta profonda nel suo percorso, che è parte del percorso di ognuno di noi: vincere la paura significa imparare a fidarsi.  Remy si ferma, ci pensa, c’è uno sguardo lunghissimo tra due perdenti perduti, e torna da Linguini. Separati non sono niente. Come ognuno di noi senza relazioni autentiche. Ed eccoli in bicicletta tornare a casa. Ora la scommessa  di ognuno di loro è diventata la scommessa di entrambi.

    Ma adesso, la realtà con tutti i suoi ostacoli è pronta e agguerrita, e con la forza della concretezza sospingerà nuovamente la paura. Capire qualcosa profondamente è sempre bellissimo. Ma la vita è lì che aspetta. Ora, bisogna agire. 

Radiografie / Venezia 2007 – The hunting party, di Richard Shepard

mercoledì 24 ottobre 2007

 

 

 

    Li aspetti sempre un po’ al varco gli americani, quando fanno film sulla politica estera della Casa Bianca e delle grandi istituzioni internazionali. Perchè ci sono due parametri dai quali è molto raro che escano. Da un lato sai già che denunceranno cose orrende, dall’altro sai che lo faranno sufficientemente poco da poter essere distribuiti in tutto il pianeta.  Viviamo in un tempo in cui la verità più corrosiva la dice Michael Moore, spesso in palinsesto sui canali di Murdoch. 

    The Hunting Party non fa eccezione. Richard Gere con barba sfatta attraversa questa storia nella Bosnia post bellica alla caccia della Volpe, soprannome del terrorista ricercato numero uno per crimini contro l’umanità. La Volpe vale oggi una taglia di 5.000.000 di dollari. Non bastasse, ha pure fatto ammazzare in una strage la compagna di Gere, che stava per dargli un figlio. Mamma mia quanta roba… quanti buoni motivi ha il decaduto giornalista Gere per fare qualcosa. Il trio formato da lui, dal suo operatore e da un ragazzino raccomandato dal network, deraglia rispetto ai compiti e si avvia nella macchia, sulle tracce dell’introvabile terrorista.

    Le relazioni tra i tre sono lunghe da raccontare, ed è su altro che mi si è fermata l’attenzione. Sul fatto che a un certo punto i tre arrivano faccia a faccia con il terrorista. E’ notte, c’è una cascina in mezzo alla natura, agli alberi. Quello è il covo. E mentre vedevo i tre avvicinarsi, finire dentro, e poi un volta dentro venir legati, minacciati di morte, quindi per puro miracolo salvati ed infine liberati, ho pensato a Pinocchio.

    A questo bambino che a un certo punto si ritrova nella caverna più profonda: il ventre della balena. E lì ritrova Geppetto, tocca il suo mid point, da lì in avanti sarà diverso, stavolta anche il suo spirito pare averlo capito. E si apre un tempo dolcissimo, fatto di parole tra padre e figlio nella pancia del pesce. Diciamo che ai tre giornalisti succede quasi iconograficamente lo stesso, solo che nella pancia più profonda del male non trovano un padre buono e gentile ma la temibile Volpe.

    Questo rifarsi del cinema americano ai pilastri profondi della narrativa, anche quando la storia, come in questo caso, è scritta da giornalisti sulla base di esperienze verissime, mi piace sempre. Perché saranno schematici, saranno ripetitivi, ma le loro storie sono più solide delle nostre. Narrativamente capiscono molto meglio di noi se una cosa funziona o no. Peccato, perché ci sono stati un paio di decenni nei quali loro facevano quasi solo film di genere e noi il neorealismo…

    A parte questo, però… il film piacerà molto ma non funziona. Mi sbaglierò, ma sono convinto che farà parte di quella fila lunghissima di lavori americani che avranno un cospicuo esito al botteghino ma di cui tra un po’ nessuno si ricorderà più.  E questo sempre per lo stesso motivo: perché l’esperienza che The hunting party ci propone non è autentica.

    Gere avvicina il suo operatore di cinque anni prima per convincerlo a compiere l’impresa. Ma nei cinque anni passati, i due hanno condotto vite assai diverse. Gere eriocamente sul campo di battaglia, non riuscendo più a vendere un servizio a nessuno a causa della sua indefessa fedeltà al vero. L’altro invece trionfando sui network americani e diventando una star.  L’esca è semplice: so dove si trova la Volpe. Diciamo quindi che Gere ci va per soldi e per vendetta personale, mentre l’altro per la gloria in diretta tv.

    Il viaggio che segue è come tutti i viaggi un percorso di crescita. Dovrebbe esserlo diciamo, se no che si viaggia a fare ?  E invece qui il film si ferma. Cioè la storia va avanti ma i personaggi no. Si dimostrano cose alquanto ovvie: che non è vero che le grandi organizzazioni internazionali e gli Stati Uniti cercano veramente i criminali altrimenti li troverebbero, come riescono a fare tre giornalisti volenterosi. (Vero o no che sia, diciamo che non si tratta di un messaggio propriamente nuovissimo). Ma torniamo a quel punto che mi era piaciuto, l’incontro più buio con il male, luogo fondamentale del viaggio del personaggio. Quello è un incontro che cambia il panorama interno, morale e psicologico, dell’uomo che lo vive. Quindi è del tutto normale aspettarsi di trovare, all’alba, personaggi cambiati.

    Invece qui gli cambia la situazione attorno, ma loro sono uguali. E la cosa si paga tutta alla fine, quando – catturata la Volpe – ognuno di loro rinuncia ai soldi, alla vendetta, alla gloria. E davvero non si capisce perché. Non è raccontato il processo psicologico decisivo del film.  E qui c’è lo scarto di falsità del lavoro: abbiamo detto tanto male dell’America, dell’Onu e della NATO, ma i nostri eroi – americani – sono sempre i nostri eroi, e alla fine hanno capito che la libertà e i valori autentici sono prevalenti sui soldi e sulla vendetta.

    Ecco, questo finale è la miglior cosa sul cinema italiano che abbia visto negli  ultimi tempi.

     

 

Radiografie / Venezia 2007 – In the Valley of Elah, di Paul Haggis

domenica 14 ottobre 2007

 

 

 

    Piacerà. E secondo me profuma già di Oscar. E’ un film sulla guerra girato con sobrietà e dolcezza. Dai, è girato in modo inapparente e straordinario. E’ recitato bene. Ha la semplicità narrativa idonea alle grandi masse e una struttura simbolica di rapido accesso per soddisfare il pubblico che ama sentirsi acuto nel cogliere i messaggi. Tutti contenti.

    Paul Haggis ci porta in una storia di nuovi reduci. Un figlio torna dall’Irak ma non si fa sentire a casa e in caserma risulta assente ingiustificato.  Il padre, anziano militare in pensione, non tarda a temere il peggio. E indaga. Scoprirà un figlio diverso da quello che immaginava, e attraverso i filmati recuperati nel cellulare del ragazzo, una guerra in Irak diversa da quella che gli avevano raccontato.

    C’è una struttura profonda classica, nella narrativa occidentale, che viene definita scoperta della vergogna di un amico. Vale anche per parente, anche per figlio. In questa struttura l’elemento del segreto è basilare.  Una relazione di fiducia si incrina a causa di una realtà diversa da quella nota. Qui la fiducia tradita del padre è duplice: verso l’esercito e verso il figlio. A mio parere è in questo nodo profondo e centrale che il film imbarca acqua. Come può un veterano in pensione non sospettare nemmeno che l’esercito americano abbia torturato, abusato della propria forza ed ecceduto ? Ne sa di meno di un comune cittadino italiano che ogni tanto segue un telegiornale ? Qui c’era il perno di tutta la vicenda e del suo senso, e secondo me era fondamentale che reggesse il peso davvero.

    Paul Haggis ha fatto un film per dirci che una volta l’esercito non era così, che gli americani sono scandalizzati da queste notizie, che l’America ha bisogno di aiuto urgente. Da fuori non fa una grinza, perché il vecchio padre rappresenta l’America, che prima ha convinto i suoi figli alla guerra ed ora li piange vittime non solo belliche ma psicologiche e culturali. In questo modo Haggis fa della storia esterna il dramma personale del protagonista, e questo narrativamente funziona. Il film è molto ben congegnato, anche se il padre non cambia né volto, né idee né emozioni durante la storia. Qualunque cosa scopra.  Se lo si dice per il film di Andrea Molaioli con Servillo, bisogna dirlo anche di questo film.

    Una cartina di tornasole del mancato cambiamento di questo personaggio, si può trovare nella sua relazione con la moglie, splendida e intensissima Susan Sarandon. Se c’è cambiamento, evoluzione, si dovrebbe vedere proprio lì, nel matrimonio. Invece niente, questa moglie viene lentamente lasciata alla deriva e poi dimenticata, se non per un piccolo cenno, quando si capisce che non ubbidisce più a quello che il marito le dice.

    L’altra questione è relativa all’impianto narrativo. Perché il film è come tagliato in mezzo. Mentre il protagonista è il padre e la linea dell’azione è l’indagine, il personaggio che la conduce maggiormente è la giovane detective. Ne va di conseguenza che il protagonista fruisce delle azioni di altri più che delle proprie, diventando così lievemente passivo, e quindi più debolmente aperto al cambiamento e ai rischi che comporta.

    Ma più in generale, la perplessità è sempre quella: quando un film non nasce per mostrare ma per dimostrare, le conseguenze si vedono. E’ davvero difficile credere a un ex militare che non sappia nulla delle violenze in Irak. E ancora una volta un film di denuncia contro governo ed esercito americani diventa un lavoro ben confezionato, con sprazzi persino da cinema di genere. Che dice con grande evidenza una cosa facendole scivolare dentro quella contraria. 

Radiografie / Venezia 2007 – It’s a free world, di Ken Loach

sabato 6 ottobre 2007

 

 

 

     Certe volte il segno distintivo di un film lo individui nel tipo di ostacoli che mette sul percorso del protagonista. E alla fine credo che il segno distintivo del cinema di Ken Loach sia che l’ostacolo è sempre dato dalla difficoltà del contesto sociale. Lavoro, soldi e disagio nel suo cinema prevalgono su turbamenti del cuore, crisi esistenziali e maturazioni profonde. C’è quindi già per indole innata una maggiore attenzione al contesto che al cuore del personaggio.

    Solitamente, e anche in questo caso, Ken Loach convince comunque, perché è formidabile il suo lavoro sulla non – recitazione degli attori. (A questo proposito torno sul tema del nostro cinema: ma perché Ken Loach prende Kierston Wareing e Juliet Ellis,  due illustri sconosciute, e nel suo film sono bravissime ? Fortuna ? O logiche di produzione che tengono un po’ meno conto degli amici da piazzare? Non si trovano in Italia due sconosciute brave ?) Questo lavoro di verità sugli attori gli consente di far sentire il pubblico sempre in mezzo alla scena, e l’interiorità magari non così approfondita della sceneggiatura viene abilmente compensata dall’immediatezza e dalla verità delle parole e dei silenzi.

    In questo film mi sembra che ci sia un forte riferimento a una tappa del viaggio dell’eroe classico, più specificamente dell’eroina classica: la lotta contro il drago a due teste, dove una testa rappresenta la famiglia e l’altra la carriera. Un tipo di lotta che una marea di donne si trova quotidianamente a combattere. Domare entrambe le cose senza perdere su nessuno dei due fronti fa di una donna una vera eroina. 

    In questo caso, la protagonista ha un figlio ed è senza marito. Il figlio è “gestito” dai nonni e vive da loro: la madre è troppo presa nella realizzazione di un’agenzia di lavoro temporaneo che funzioni e che le dia una stabilità economica, ed è tutta assorbita dall’idea di fare qualcosa di buono nel mondo. Questo è un momento del film in cui la scommessa della sceneggiatura si fa ardita. Perchè difficilmente si entra in empatia con una madre che, potendolo fare, non torna nella casa in cui vive suo figlio nemmeno per dormire.

    Così, questo figlio è in balìa delle proprie violenze scolastiche, dei suoi colloqui sempre da ultima spiaggia con i nonni, gli psicologi, i presidi… e questa madre non vuole o non riesce a entrare in contatto con lui. Finché in una scena colpevolmente poco credibile, dovendo passare con il bambino quattro giorni, alla prima sera lo manda ad aprire la porta di casa dove qualcuno ha bussato perché non vuole fermare il videoregistratore proprio sul più bello. Se già prima era difficile entrare in contatto con questa eroina, a questo punto del film il pubblico se ne distanzia nettamente. Ma continua a fare il tifo per lei.

    Difatti nel complesso sono convinto che il film piacerà. Magari non sarà uno dei più grandi successi di Loach ma funzionerà. Però… queste latitanze di sceneggiatura negli approfondimenti sono davvero un peccato. Diciamo che quegli ostacoli di cui dicevo all’inizio, e che Loach identifica spesso con il sociale, non riescono in questo film a costituire una linea di pressione precisa, che incida in un punto preciso del personaggio, che ce lo mostri per quello che è nella sua intimità. Continuiamo a non capire perché la protagonista non si prenda un po’ più cura di questo figlio, rimaniamo basiti di fronte al suo progressivo cinismo, che la porta a mollare i riferimenti della giusta causa per sposare quelli del business.

    Sembra, più che un personaggio, una funzione drammaturgica che serve a Loach per dimostrare un teorema. Nei film a tesi spesso succede così. L’ultimo di grande successo ad avere questo problema era stato, secondo me, Match Point di Woody Allen. Anche lì si sapeva dall’inizio come sarebbe andata e il film non faceva che sviluppare un teorema. Anche se si parla di  cose private non è detto che la sceneggiatura sappia diventare intima. E tuttavia Match Point andò benissimo. Forse piaceva il teorema, forse era il momento buono per enunciarlo. Ma sono convinto che quel film invecchierà presto. 

    Rimane però quel tocco di Loach che è inconfondibile. Quella camera così vicina ai suoi personaggi, così partecipe del dramma che ha davanti. E questo è bello. Soprattutto perché anche in questo film ha saputo rasentare i muri sporchi, gli odori, le miserie, rimanendo sempre cinema, non diventando mai inchiesta giornalistica o scoop, o film di ricerca e d’avanguardia (che più vecchia non si può) con macchina a mano tremebonda per far capire che si tratta di cine-verità.

    Un signore vero, che ha girato in modo persino affascinante i sobborghi della povertà e dell’immigrazione, una sceneggiatura che però non incide mai sotto la pelle. E alla fine, che ci piaccia o no, dalle storie è il sangue delle cose che vogliamo.

     

Radiografie / Locarno 2007 – Joshua, di George Ratliff

martedì 2 ottobre 2007

 

 

 

    Non mi era mai capitato, a memoria, di vedere un film torchiare così duramente una platea.  La gente non riesce a distogliere lo sguardo e non ne può più di uscire. Di rivedere il cielo, la luce del sole o anche dei lampioni. Eppure, nessuno ha desistito. Perché Joshua è un film che non ti chiede di essere visto, ti chiude nell’angolo e ti zittisce finché non è finito.

    E’ un interno familiare borghese con genitori e bambino di nove anni, Joshua appunto. Il film comincia con la nascita tardiva di una sorellina. L’evento provoca un dissesto psicologico nella famiglia, che si fa sempre più disperato perché il risentimento e la gelosia del bambino si innestano sulla sua intelligenza da superdotato, e trovano carne molle da pugnalare nella psiche debole e depressa della madre. Il padre media, supervisiona, copre le magagne, accorre in aiuto di chiunque. Ma naturalmente non basta. E la situazione degenera sempre di più. Non svelo il finale.

    Ma mi è indispensabile dire che nello sviluppo della storia, nella seconda metà del secondo atto, fa capolino la realtà dell’abuso. Joshua mostra un’aggressività macabra, incline alla necrofilia. Da qualche parte la crudeltà che riceve dalla vita deve poter uscire, e le vittime sono di volta in volta i criceti che stavano in classe, il cane del suo papà, addirittura la nonna. Ma il suo talento gli consente di non farsi beccare mai. Non c’è mai la certezza assoluta che il colpevole sia lui.

    Nel punto più cupo del film, Joshua chiede alla mamma – disperata e depressissima – di giocare con lui. Con grande fatica la madre accetta. E quando smette di contare, Joshua non si trova più, e nemmeno la sorellina nella culla. Tutta la sequenza è girata, montata e musicata in perfetto stile horror.  E derivando dal clima di assoluta “imprendibilità” di Joshua, crea nella vicenda un clima thriller molto vicino al genere vero e proprio. Per un certo verso questo è il punto di maggior abilità di tutto il film. Perché iniziare in modo realistico, intenso, vero, e pian piano inserire nel racconto degli elementi di genere è tutt’altro che facile. 

    Il film si può scucire, la credibilità crollare. Ma se si riesce in questo inserimento, si innesta su un dramma realistico la forza degli elementi del genere. Esito: un torchio per la platea, una tagliola per il respiro. Efficacissimo. Certo, se devo essere sincero in questo momento non sarei andato a vedere un film così.

     Sia come sia, c’è un altro aspetto nell’impianto narrativo che invece mi sembra funzionare meno. E’ vero che in una famiglia possono esserci sia una madre con depressione post partum che una situazione di abuso su un bambino. Ma siamo sempre lì: se gli elementi drammatici non sono concatenati l’uno all’altro da una necessità drammatica profonda ma sono semplicemente aggiunti l’uno all’altro, qualcosa dentro di noi ci avvisa che la storia non è del tutto vera. Che sa per lo meno di costruito. Ma vorrei chiarire questo punto.

    Non si tratta di raccontare al massimo un problema a storia. Se ne possono raccontare anche dieci se si è capaci. Ma i problemi sono ostacoli, e gli ostacoli sono destinati a svelare il cuore del personaggio, a farlo lottare contro il proprio fatal flaw. Se cominciano ad essere aggiunti per il semplice fatto che nella realtà possono coesistere senza nessuna spiegazione particolare, significa che stiamo dimenticando che il senso di una storia è toccare la profondità di un animo. Di un personaggio. Allora può essere anche che Joshua soffra di calli, per esempio, ma non per questo è il caso di dirlo. Forse la nonna era malata di cuore, ma non c’è ragione di fermarcisi sopra. Non perché non sia grave, ma perché non si trova sulla linea degli ostacoli che puntano al vero tema del film.

     Così, Joshua si svela anche un po’ nel gioco furbo che fa. E quelle sequenze abilmente virate in horror assumono anche un altro senso, meno perfetto di quello precedente. Sì, nel complesso se siete in un buon momento, se il tempo è bello, se non avete nessuna particolare afflizione, Joshua può essere un film che vale davvero la pena di vedere. Se no magari… conoscete un buon ristorante ?