NELLA CITTA’ CHE CAMBIA, STORIE DI UN QUARTIERE – 2007 

 

    

 

Com’è nato 

  Sto per cominciare l’esperienza di Fabriano e sono tutto preso ascoltando le canzoni di riferimento delle ragazze con cui lavorerò: voglio entrare nel clima e nei modi, capire come girare quel film e quindi ascolto Elisa e Pausini. In mezzo a storie d’amore, tremiti e battiti, arriva la chiamata di Paola. Un film sul quartiere. Uno di quelli più critici della città. Povertà, mix socioculturali altamente infiammabili, e un delicatissimo lavoro di riorganizzazione architettonica. Spostare gente, rimettere in piedi le case, creare nuove vicinanze. Lavorare sui mattoni e sulle parole, sugli spazi e sulle idee. Per niente facile.

    Mi rendo conto che il risiko di ABCITTA’ è di difficilissima interpretazione, e mi sorprende la squadra che con ostinata sobrietà e senza alzate di voce ha a che fare con i casi più assurdi e paradossali che si possano immaginare. Anzi per la verità alcuni non si possono immaginare secondo me. Mi è piaciuto il loro sguardo sulle cose. Il loro essere sul pezzo sempre senza trascendere mai.

    Così, insieme a un valido manipolo di ragazzi della Civica Scuola del Cinema, abbiamo affrontato questo film, con problemi evidenti di produzione: entrare nelle case della gente, far recitare ad una persona scene intense magari nei luoghi in cui ha vissuto qualcosa di spiacevole. Problemi di audio, di fotografia, quasi mai luci, quasi mai condizioni corrette di riprese. Noi a spiegare ad ABCITTA’ che così un film non si poteva fare, ABCITTA’ a spiegare a noi che quella non era Hollywood. Ovvie tensioni di produzione che però… non sono mai arrivate sul set. E alla fine Stadera non era Hollywood ma il film si è fatto perfettamente. Non cerchiamo una logica: è cinema.

    Ho girato protetto dalla volontà di tutti di dare voce a questo quartiere. Mentalità diverse si sono dovute aprire e parlare, e questo forse avremmo dovuto aspettarcelo: per fare un film su gente che deve cominciare a dialogare se vuole sopravvivere, anche noi avremmo dovuto farlo.

    Poi… il contatto con loro, gli abitanti. Di ogni ordine, razza, grado, cultura. Veramente un crocevia del mondo. Un percorso intenso e bellissimo che continua a risuonare dopo un anno dentro di me. Anche i miei errori risuonano, come sempre.  Ma non c’è alternativa. Ecco, quando finisce un film così ti rendi conto che ogni storia è un regalo che ti viene fatto. E non vedi l’ora di riceverne ancora…

 

a tutto quello che si muove – 2007

 

     

 

Com’è nato 

E’ giugno, fa caldo ed è stato un anno più segnato dalle sorti di Un Inguaribile Amore che dal lavoro che fa legna. In altre parole, i premi non sfamano e parallelamente alla gioia cresce la solita apprensione. Conosco fin troppo bene come va. Sono in studio, è sabato e sto finendo piccole cose rimaste indietro. Mi chiama Annalisa.

    La voce di Annalisa è la prima che mi abbia mai chiamato da un festival per dirmi che un mio lavoro aveva vinto. Era il 2001, La Periferia del Viaggio. Il festival era quello dei Castelli dell’Alta Marca Anconetana. Passeggiavo con Giada al mare, in Liguria. E il giorno dopo ero ad Ancona, per la prima volta nella mia vita. Annalisa mi propone di fare un percorso con delle ragazze di Fabriano. Quando nomina Fabriano mi viene in mente che sì, effettivamente il loro Festival aveva a che fare con la cartiera. 

    Un lavoro prodotto dalla Commissione per le Pari Opportunità. Dieci ragazze per te, tra i sedici e i diciotto anni. Te le scegli tu, tra quelle che si presentano ai provini. Vado e chiedo alla Commissione: ma voi cosa volete da questa esperienza ? Una sceneggiatura pronta, controllata, e dieci ragazze che recitano ? O un’esperienza aperta all’ascolto delle ragazze ? Perché se decidiamo di ascoltarle, poi dobbiamo accettare di sentirci dire anche cose terribili, anche cose contro di noi, contro di voi.

    Di fronte ho un gruppo di donne che sorridono. Naturalmente, senza paura e con consapevolezza, scelgono la seconda strada. Le ascolteremo. Così abbiamo fatto. Ho passato un periodo di sei mesi meraviglioso. Vicino alla saggezza dell’età veloce dell’adolescenza. In mezzo alla generosità senza confini di chi non calcola le spese emotive e di energia. Dentro ti cambiano prospettive, sentimenti, e rifletti sulla generosità che non hai più. E finisce che ri-apri gli occhi, e stai più attento a tutto ciò che hai intorno e dentro di te. A tutto quello che si muove. 

UN INGUARIBILE AMORE – 2005

Com’è nato

Dopo “Una cosa normale” ho giurato a me stesso che di corti non ne avrei più fatti. Non ha più senso, è un percorso finito. Casomai documentari, ma adesso sono vecchio, o faccio il lungo oppure basta. Una sera mi chiama Elena, la mia cugina pubblicitaria controcorrente, che fa pubblicità senza fretta di fare soldi. E naturalmente mi chiede un video gratis. Per due persone che hanno bisogno di recuperare del denaro. Lui è malato terminale di Sclerosi Laterale Amiotrofica. Una malattia che Giada – medico che cura i malati terminali – battezza così: “Meglio un vecchio rassicurante cancro”. Sono sposati più o meno da quando lo siamo noi. Ma la storia è andata diversamente. Non si pone nemmeno il dubbio se fare il film o no. Mica per bontà: per fame del senso della mia vita. Vado e vedo questi due che si parlano a sguardi e a gesti su una lavagnetta. E capisco che si tratta di qualcosa di folle. L’amore che qualche anno fa era congenito è diventato inguaribile.

UNA COSA NORMALE – 2004

Com’è nato

Un giorno Giada e io scopriamo che non potremo più avere figli. Il desiderio è molto grande, e si aprono per noi tre anni e mezzo difficilissimi. Se non fosse una parola che reputo appannaggio di chi ha passato la guerra o una malattia senza speranza, direi tre anni d’inferno. Intanto in tre anni e mezzo senti di tutto: di una che l’ha fatto in discoteca e adesso sta arredando la cameretta da ragazza madre. Senti di quella che ha abortito per la seconda volta perché proprio non pensava di rimanerci ma che vuoi… anche un’altra amica ha abortito, ma lei sogna ogni notte un’aula piena di bare bianche. Insomma, di tutto. Alla fine di questi tre anni e mezzo ho rivisto tutto quello che avevamo passato. E ho pensato che avere un figlio è tutto meno che una cosa normale.

 

L’ORIZZONTE DEGLI EVENTI – 2003

Com’è nato

E’ il 2002. Con la mia famiglia ho cambiato casa da un po’. Ma nella casa nuova non mi trovo per niente. Di sera, prima di addormentarmi, mi rannicchio nelle coperte e penso di salire su un’astronave che non tornerà più. La immagino con gli interni come piacerebbero a me, e a bordo tutto il cinema del mondo a disposizione. Tutto il silenzio che voglio. Fuori dagli oblò tutto lo spazio che c’è da osservare per tutta la vita. Sento che è perfettamente inutile spiegare: mentre tu parli del tuo malessere gli altri ti rispondono sulla casa che non è vero che è così male. Penso che sentirsi fuori luogo sia orribile. Non so per quale gioco dei contrari mi viene in mente che peggio che stare dove non si vorrebbe dev’essere desiderare di stare dove non si può. Comincio a pensare a qualcosa di finito, di chiuso per sempre che vorremmo poter riaprire. Il lavoro perduto. Il lavoro di uno che con il lavoro ci si era identificato. E penso anche che nemmeno chi ci ama possa capire davvero. Il suo amore lo spinge ad affrontare il problema insieme a noi. Ma il problema è niente. Quello che conta è la persona che ci soffre dentro. Così anche tenendoci per mano siamo in realtà sideralmente lontani. Più lontani dell’orizzonte.

 

L’AMORE CONGENITO – 2002

 

Com’è nato

 

E’ il 2001. Settembre. Sono ad un appuntamento di lavoro fuori Milano. E’ una bella giornata, e tornando in macchina dal Ticino mi godo la luce del pomeriggio che scende e scalda tutti i colori. Ascolto musica. Entro in casa e stranamente c’è il televisore acceso. Ci sono le torri gemelle che crollano. Quelle che abbiamo visto insieme nel nostro viaggio di nozze a New York. I negozi che abbiamo fotografato lì sotto. Come adesso, era quasi Halloween. Maschere e zucche dappertutto. Nei giorni successivi come tutti gli italiani e non solo, apprendo lentamente la complessità della situazione. Gli abusi del nostro mondo occidentale, gli abusi dei petro-ricchi, gli abusi di tutti su tutti gli altri. E poi mi colpisce una cosa. Che entrambi gli schieramenti parlino d’amore, di fede, di bene e di male, addirittura di Dio. E mi domando: è possibile che le torri e i successivi bombardamenti siano avvenuti per amore ? Forse le torri non sono le sole gemelle in questa storia. Anche due parti contrapposte del pianeta sembrano esserlo. Vittime dello stesso malinteso amore. Un amore congenito.

 

TREDICI – 2002

 

Com’è nato

 

Dicembre 2001. Dal N.O.A. arriva un’altra chiamata. Questa volta ci sono i tempi e i mezzi per pensare un percorso più lungo, un percorso nel quale i ragazzi non parlino di sé ma si sforzino di pensare ad altro e ad altri. Per rappresentare non più meramente se stessi ma qualcosa che vogliano dire e per la quale ci vogliano un pensiero strutturato, un linguaggio, un diverso da sé da conoscere e da mettere in atto. Mi viene in mente di affidare loro delle strutture segrete, molto semplici. Un nome, un desiderio, un’azione da compiere per raggiungerlo. Il DNA profondo del personaggio. Pian piano i loro personaggi si conoscono, interagiscono, si odiano e si amano. Il laboratorio dura sei mesi. Quattro ore per tre volte la settimana. Nascono le dinamiche, la storia. Quattro amici fanno tredici. Comprano una casa su internet. E’ una fregatura. Quando lo scoprono vengono fuori tutte le cose in sospeso, tutti i segreti, tutte le insoddisfazioni nascoste. La casa è la metafora della loro (nostra) vita da ricostruire dopo i ripetuti e numerosi crolli. Ma lo capiamo a cose fatte. Mentre lavoriamo non sappiamo niente, solo: questo suona vero ? Questo suona falso ? Alla fine abbiamo fatto Tredici.

 

LO SPORTELLO VUOTO – 2001

 

Com’è nato 

E’ Natale. La famiglia è tutta riunita da mia sorella. Solito pomeriggio irrinunciabile e prevedibile. Ma quest’anno, lo zio racconta una storia che gli è capitata molto tempo fa. La racconta ai miei nipoti, ma è nuova nuova anche per me. Risale alla Seconda Guerra Mondiale. Una piccola, fulminante storia durante la quale si interrompe, incespica e si commuove numerose volte. Dove emerge la figura di un padre con orizzonti straordinari dietro i suoi occhi di calzolaio, capace di silenzi rischiosissimi e coraggiosi in mezzo alle parole in dialetto milanese. Lasciar andare un figlio fuori di casa, lasciarlo uscire ad inseguire un falso ideale, lasciare che metta a rischio la sua vita perché impari una lezione che non ha prezzo: la libertà dell’uomo. Poco tempo dopo l’ho finalmente convinto. Mi ha seguito fuori Milano, tra gli alberi di un parco. E ha raccontato quella storia per me e per tutti gli altri.

 

LA PERIFERIA DEL VIAGGIO – 2001

Com’è nato

Arriva una chiamata dal mio amico Pietro. Il mio amico Pietro è un attore che a un certo punto ha smesso di recitare e si è dedicato ai tossicodipendenti. C’è un laboratorio teatrale che non riesce a decollare. Si tratta di coprire alcune ore, pochissime, qualche incontro appena. Ma se è possibile bisognerebbe anche avere alla fine qualcosa da mostrare. Penso subito che con il teatro sarà difficile. Penso che in così poco tempo potremo soltanto realizzare un semplice video, nel quale le persone parlino della propria vita. Il problema di questa scelta è la banalità. Allora insieme con i ragazzi decidiamo di compiere fisicamente l’azione non detta che stanno compiendo realmente nella loro vita. Sono tutti in uno spogliatoio, non si sa per prepararsi a cosa, e si stanno cambiando. Cambiano i propri abiti e se stessi prima di riscendere in campo a giocarsi la vita. Intanto, come si fa in ogni spogliatoio del mondo, chiacchierano. Si raccontano l’un l’altro di droga, alcool, donne, polizia. Sono la periferia della società. E sono in viaggio.