Lo spunto di oggi – Pausa tecnica

20 novembre 2011

Breve periodo di stop. A presto.

Lo spunto di oggi – Dal Genovafilmfestival

17 novembre 2011

 

Segnalo molto volentieri su indicazione di Antonella Sica questo workshop del 17 dicembre a Genova. Mi sembra una cosa molto bella, i posti sono pochissimi e gratuiti. Per tutti gli allievi della Scuola del Cinema e della Paolo Grassi, ma anche per i ragazzi dello IED che fossero interessati. Questo è il link.

 

Lo spunto di oggi – Oggi

13 novembre 2011

12 novembre 2011. Fine degli anni ’80 in Italia.

ESSERE CINEMA

11 novembre 2011

Da questo lunedì i 4 incontri di Essere Cinema. Ringrazio gli iscritti che hanno confermato e invito quelli che ancora non l’hanno fatto a farlo via mail. Chi volesse iscriversi ora può farlo, sempre mandando una mail a posta@giovannicovini.it.

Per il programma e le info, guarda qui.

Un abbraccio a tutti.

Lo spunto di oggi – La torta del giorno prima

10 novembre 2011

Con i pasticceri sono sempre stato fortunato. Quello del mare e quello di città. Splendidi entrambi. Entrambi chiacchieroni e vivaci, appassionati. Passo per prendere una piccola torta pere e cioccolato, come il gusto dominante di casa comanda. Quando lavoravo con i tossicodipendenti avevo nel gruppo una ragazza che mangiava quasi solo cioccolato. Mi viene in mente che era fatta degli stessi ingredienti della piccola torta.

Stasera il Gianni me la consegna con qualche raccomandazione ulteriore: Mi raccomando, subito in frigo perché questa ha mezz’ora di vita.  Di colpo mi rendo conto di tenere fra le mani una creatura vera e propria – però: mezz’ora di vita ed è già piena di pere… (lo penso e basta). Ricaccio il pensiero corrosivo dietro una rassicurante banalità: “Wow che meraviglia, più fresca di così! O ha mezz’ora di vita nel senso che scade fra mezz’ora?” Ma il Gianni mi sorprende: “Appena fatta! Sì, solo che non è mica una buona cosa sai? Sarebbe meglio se fosse stata fatta ieri.” Questa me la deve spiegare, chiedo lumi e li ricevo. “E’ perché tu prendi la frutta e la cuoci, no? E quando la cuoci stai già aggredendo l’ingrediente, capito?” Rimango folgorato: aggredire l’ingrediente. Non vedo l’ora di metterlo in un dialogo, ma ho un piccolo problema: non ho capito che significa.

“Che tu lo vai a cuocere o a trattare, l’ingrediente non è più se stesso, capito? Quindi dopo che succede? Che tu lo unisci agli altri ingredienti e prepari il dolce, no? E allora lui si ritrova lì impastato insieme a tutti gli altri, che però anche loro sono modificati, chiaro? Vabbè, diciamo che la torta è pronta. Ma adesso gli ingredienti si devono come conoscere, no? Devono tutti conoscersi per funzionare bene. Per questo che la pastasciutta con un condimento importante è sempre migliore il giorno dopo. Se vieni qui a comprarmi il panettone a Natale, io ti dico di venire a prenderlo a novembre, tra dieci giorni. Perché se se ne sta lì un mese ed è correttamente conservato non ha paragone con un panettone appena fatto.”

“Si devono conoscere..” faccio io rapito.

Il Gianni è quasi stupito del mio interesse e si entusiasma, d’altra parte sono incantato da tanta saggezza e dalla semplicità con cui capisce i meccanismi della vita preparando dolci. “Sì cioè adesso ti faccio un altro esempio: prendi il lievito. Tu lo sai cosa sono gli enzimi?” – Annuisco sperando che non mi chieda niente di preciso - “Ecco, allora: quando tu metti il lievito nella pasta che succede? C’è il grande trombamento, no? Gli enzimi trombano tutti, si moltiplicano velocemente e aumentano il volume. Ma se tu non gli dai nemmeno il tempo di trombare, di conoscersi, non è che possono aumentare di volume”.

Meraviglioso. Oltretutto gli enzimi sono molto più romantici di noi: per trombare devono prima conoscersi.

Mentre torno a casa con la creatura fatta di pere e cioccolato penso a questo tempo d’attesa, quando il Gianni ha finito il suo lavoro. Attendere che le cose vadano insieme, che si cedano reciprocamente le proprietà: aromi, sapori, essenze. Perché quell’insieme di ingredienti diventi un dolce. L’ultimo lavoro lo fa da solo. Qualcosa di vivo, un passo ancora, una vera e propria identità che si deve formare. E nessun tipo di pasticcere può farlo al posto suo. Saper aspettare, saper vedere negli elementi disgregati di un ragazzo l’unità profonda dell’uomo che diventerà.

Saperlo vedere dentro di me. Nella guerra tra le mie diverse parti, talvolta senza quartiere. Lasciare che i conflitti interni abbiano tempo di trovare un equilibrio, un’identità. Vivere quello che oggi ancora è disgregato e dissonante come qualcosa che si sta preparando in prospettiva secondo un principio di unità che ancora non vedo. Tempo per fare di posate, tovaglioli e piatti sparsi nei cassetti e sulle mensole di una cucina, l’unità di una tavola apparecchiata. Mah, ora non so Sabato come finirà quando come sempre farò la pizza. Farina, acqua, olio, un pizzico di sale. Lievito. Sarò rapido e discreto, poserò da una parte la pignatta – piccolo bordello da cucina – e glie lo dirò sottovoce: sentite io adesso mi allontano, voi fate pure indisturbati. Ci vediamo a cena…

Il libro di oggi – Non puoi piantare un chiodo nel cielo, di Lin-chi

7 novembre 2011

Un intensissimo passaggio della lezione di Lin-chi. Una scuola vera e propria sulla forza del punto di vista, quando ci sembra che i fatti siano talmente grandi da poter essere soltanto subiti o nel migliore dei casi accettati. Invece è sempre il nostro punto di vista che li illumina e li crea per quello che significano.

“Qualunque cosa ti capiti, non permettere che ti sia imposta. Se ti abbandoni anche per un solo momento di dubbio, il demone ti entrerà nella mente. Anche un bodhisattva, quando comincia a dubitare, è preda del demone della nascita e della morte.

Impara a fermare i pensieri e a non cercare mai qualcosa al di fuori di te. Quando un oggetto appare, illuminalo con la tua luce. Devi soltanto aver fiducia in questa cosa che sta accadendo dentro di te proprio adesso. Al di fuori di questo non c’è niente.”

A Vernicefresca, la meravigliosa scuola di teatro di Avellino, dopo una cosa così direbbero ridendo: “Pausa”! Geniali, laggiù. Pausa.

Lo spunto di oggi – Rivedere

3 novembre 2011

E’ una discussione che di tanto in tanto riemerge con qualche allievo. Quando si arriva alla fine della stesura di un testo e si sono profuse molte energie è difficile affrontare la revisione. Perché si è stanchi, perché psicologicamente ce la si è fatta, si è arrivati alla fine, perché stando molto tempo nella foresta diventa difficile vedere gli alberi. E poi adesso io non riesco più a leggerlo, è una frase tipica e sincera.

A parte le ovvie ragioni di semplice correzione, la revisione è fondamentale perché è un passaggio che ci consente di dare le nostre migliori energie ad ognuna delle fasi della scrittura ed è così determinante da avere effetto anche prima di essere eseguita. Il punto è proprio questo: quando scriviamo vogliamo dare al percorso il meglio di noi ma sappiamo che non possiamo essere sempre al top, sappiamo che la stanchezza, la noia, gli ostacoli di ogni genere ci sono sempre accanto. A questo serve la revisione. Ad affrontare con le migliori energie le diverse fasi del percorso. Serve al testo ma serve soprattutto a noi. Anche nella vita per quanto mi riguarda. Perché non solo rivedere fa migliorare lo script, ma se sappiamo che avremo una fase successiva di riesame ci possiamo permettere di semplificare la mission della prima fase. Quando scrivi pensando di costruire un testo già forte e compiuto, troppe domande si sovrappongono e pesano sulla tua energia.

Bisogna semplificare. Non farci carico di tutto l’arco del percorso in ogni momento del percorso. Non ne avremmo la forza. La revisione non è una fase tecnica, è una conquista dell’esperienza. Se quando sappiamo di non essere al meglio ci appesantiamo con la parte di noi che ci giudica non ne usciamo. Mentre si vive e mentre si scrive bisogna soprassedere pur sapendo che qualcosa è da migliorare.

La cosa più importante è non fermare il processo della creatività e dell’esperienza. Rimanere leggeri sempre. Così, durante la prima stesura la mission può anche essere solo arrivare alla fine. Una parte di noi sa che tante cose sono da mettere a posto. Lo faremo quando non avremo più il problema di avere in mano la storia. Tagliare le domande troppo grosse in domande più piccole. Strategia per esserci tutti in ogni fase, potendo dare il meglio di noi.

Una delle cose più difficili del giudizio è che non riusciamo a giudicarlo. Interviene come e quando gli pare scaraventandoci sulle spalle tutte le domande che andrebbero fatte in tempi diversi e con modalità differenti. Quando scriviamo dobbiamo danzare con lui, sapere che c’è, ascoltarlo ma anche educarlo a lavorare per noi e non per le nostre paure. Spiegargli che una domanda giusta nel momento sbagliato è una domanda sbagliata.

Inoltre questa dilazione dei tempi, questa capacità di darsi obbiettivi parziali e progressivi ci offre un’altra possibilità. Il passare del tempo ci concede la prospettiva. Se non riusciamo più a leggere il nostro testo per troppo esserci stati dentro, il tempo che passa ci aiuta ad uscirne. Se arriviamo a quel momento leggeri, senza più il pensiero di arrivare alla fine, possiamo senza paura guardare il nostro testo da fuori, possiamo chiederci che cosa ci vediamo dentro al di là di quello che volevamo metterci. Un processo di disidentificazione che non può avvenire troppo rapidamente.

Da ultimo, imparare a rivedere significa accettare di non raccogliere subito la soddisfazione ma di doverla coltivare più a lungo. In luogo della soddisfazione finale, però, c’è quella sistematica del revisore che toglie le debolezze, scorcia, incide, migliora. Può farlo con tutto se stesso perché tanto la strada è stata preparata. Essere leggeri è frutto di metodo e disciplina. Ma possiamo dirla anche al contrario se ci piace di più: tanto metodo e tanta disciplina servono… ad essere leggeri, a farsi domande più abbordabili, a vivere e a scrivere immensamente più felici.

Lo spunto di oggi – Non al denaro, non all’amore né al cielo.

31 ottobre 2011

 

Dal giro degli allievi della scuola del cinema mi viene recapitato un progetto. L’ho letto e me ne sono innamorato subito. Perché è ambizioso, perché è poetico, perché è pulito. Perché è necessario, anche se questo l’ho capito proprio solo leggendo l’ultima riga del loro concept. Quando avevo la loro età eravamo a metà degli anni ’90. De Andrè era molto cambiato. Era musicalmente cresciuto, i suoi testi erano sempre più fini e chirurgici. In più – a completare la meraviglia – mentre diventavano più profondi diventavano anche esteticamente più belli. Fino al suo ultimo lavoro è stata tutta una crescita.

Eppure questo album – così lontano negli anni – già in questa triplice negazione del titolo mi tira dentro con testa e con pancia. Perché è una negazione piena di vita e nella canzone è già tutta un dramma, tutta una storia che ci coinvolge e che ci commuove. Quante volte ho ascoltato la storia di “lui che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro non all’amore né al cielo”… Quante volte ho pensato al chimico che morì “in un esperimento sbagliato, proprio come gli idioti che muoion d’amore”, alla tronfia felicità di quel “giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male”. Sono tutto un mondo, i personaggi di Edgar Lee Masters.

L’idea di questi ragazzi è bellissima per me. Perché stanno prendendo un passato per loro assoluto – non erano nati quando uscì questo album, avevo io 3 anni… – per cercare di capire qualcosa del loro futuro. Pescano dalle radici di un poeta cantautore che attingeva alle radici di un altro poeta che raccontava radici di vita passata. Per guardare avanti. Ho promesso ai ragazzi tutto quel poco di aiuto che potrò dargli. E mi permetto un consiglio, adesso che stanno cercando una produzione in giro per l’Europa. Non vincolatevi a questa ricerca. In questo momento storico – vale anche e soprattutto per me – i film si fanno e basta. Se non avrete soldi lo farete in un altro modo. Ma fatelo. Fatelo.

Ecco il concept del loro progetto.

Non al denaro, non all’amore, né al cielo è un film in nove episodi ispirato all’omonimo album di Fabrizio De André. I cortometraggi, diretti da registi di fama internazionale e da giovani talenti, non rappresentano solo l’omaggio a un grande album del passato, ma soprattutto l’occasione per offrire nuovi sguardi liberi sul presente. Il poeta e cantautore italiano Fabrizio De André incise questo concept album nel 1971, ispirandosi all’Antologia di Spoon River. Il capolavoro di Edgar Lee Masters, proibito dal regime fascista, era uscito nella traduzione di Fernanda Pivano. De André lo adattò in musica con l’aiuto di un giovane Nicola Piovani, poi premio Oscar per La vita è bella.

Quarant’anni dopo, Non al denaro, non all’amore, né al cielo è considerato una pietra miliare della musica cantautorale italiana, e continua a emozionare e ispirare le nuove generazioni. Ogni canzone rappresenta la memoria e la confessione di un personaggio indimenticabile. Con temi tanto vasti e vari come l’amore, la guerra, la religione, l’invidia, la scienza, l’incomunicabilità e il sogno, Non al denaro, non all’amore, né al cielo è soprattutto un album che racconta il proprio tempo con la libertà e la sincerità di chi parla del passato.

Oggi come allora, la società europea si trova ad affrontare un momento di grandi cambiamenti. Per questo l’album di De André e i suoi personaggi senza tempo continuano a parlare ai giovani. Il talento di nove registi cinematografici, supportati dalla colonna sonora riarrangiata da Nicola Piovani, terrà vivo lo spirito attualissimo dell’album, regalando allo spettatore una visione sfaccettata e autentica del nostro tempo.

A collegare i nove episodi e gli stili dei diversi registi sarà una location di particolare impatto visivo e di grande valore simbolico: una città fantasma che, attraverso l’intreccio delle storie dei protagonisti, torna a vivere. Un luogo che si trasforma, come la collina di Spoon River, nella memoria vivente del nostro presente. Perché solo da qui, dove tutto sembrava finito, tutto potrà ricominciare.

Il libro di oggi – La fortuna non esiste, di Mario Calabresi

27 ottobre 2011

“Da cinque giorni era cominciato un anno tumultuoso che avrebbe portato l’Italia in guerra. (…) Alle cinque del pomeriggio il dottor Buscaglino, di professione medico di famiglia, aveva finito il giro delle visite, quando decise di passare in via Pier Carlo Boggio 134 (…). Anche quel pomeriggio, nonostante fosse stata una giornata soleggiata, la temperatura era sotto lo zero e il termometro nella notte avrebbe fatto segnare -6.

Si fermò davanti al portone, si aggiustò i baffi rossi che erano il suo biglietto da visita, entrò nell’androne e chiese alla portinaia notizie della signora Marietta Cavadore e della sua gravidanza. La donna scosse la testa: “E’ caduta nel primo pomeriggio e ha perso la bambina. E’ nata morta.” “Perché, era femmina?” chiese istintivamente il medico. “Sì, ma non è sopravvissuta”.

Il dottor Buscaglino rimase immobile, era padre di due maschi, una figlia femmina era il sogno della sua vita, e gli sembrava terribilmente ingiusto che quel giorno il mondo avesse perso una bambina. Prese le scale, salì al secondo piano e suonò. (…) Entrò piano nella camera, Marietta giaceva a letto. Era scivolata in casa mentre era incinta di sei mesi e mezzo e aveva avuto un’emorragia. Il medico, arrivato quasi subito, era riuscito a bloccare il sangue, ma non aveva potuto evitare il parto spontaneo. Aveva dovuto registrare la perdita di una bambina venuta al mondo troppo prematura per poter sopravvivere.

Il dottor Buscaglino, con un certo imbarazzo, chiese dove fosse stata messa la neonata. Marietta non rispose neppure, Rosa fece un cenno con la testa indicando il mobile toilette con lo specchio: “Non sono ancora passati a prenderla”. Un fagotto fatto con le federe dei cuscini era appoggiato sul piano di marmo. Il dottore si avvicinò, lo aprì con cautela, si fermò a guardare la bambina con i palmi appoggiati sul marmo gelato, poi posò una mano sulla pancia della piccola per farle una carezza e ci fu un movimento: “Ma non è fredda: è tiepida”. La sollevò di scatto: “Disgraziati, ma questa bambina è mica morta, è viva.” “Ma non ha mai respirato, non ha pianto, non era neanche di sette mesi” gli rispose la nonna Rosa. “Non ha la forza per piangere, portatemi delle coperte, scaldiamola”.

Si mise a massaggiarla senza sosta, la avvolse nella lana e poi si avvicinò alla madre e, come in preda a una visione, cominciò a parlare in modo concitato: “Me la lascia portare a casa, ci voglio provare, non bisogna arrendersi: le costruirò una culla con la bambagia, le metto una lampada sopra, giorno e notte, le possiamo dare il latte con il contagocce”. Marietta fece sì con la testa, non aveva più parole, aveva perso e ritrovato la sua prima figlia, ma non voleva illudersi. Il medico strinse al petto il fagotto di lana e uscì di corsa. La portinaia sgranò gli occhi a vederlo passare con quell’involto che conteneva una bambina sotto il cappotto e lui le gridò: “Mandi qualcuno ad avvisare il becchino, non c’è più bisogno che venga”.

Era il 5 gennaio 1915, martedì. Maria Teresa, mia nonna, cominciò quel giorno, tra le braccia di un fascinoso medico dal pizzetto rosso, un’avventura che l’avrebbe portata a vedere l’elezione di Barack Obama. (…) “Ero un piccolo pollo che non aveva neppure la forza di piangere, ma sono arrivata fin qui perché ho incontrato un uomo che aveva voglia di scommettere sulla vita, che ebbe il coraggio di assumersi un rischio, di pensare con la sua testa e di non arrendersi quando gli altri mi davano per morta. Ho vissuto 94 anni, ma alla fine l’unica lezione che mi porto dentro è che non bisogna mollare mai. Mai arrendersi: bisogna essere curiosi, ambiziosi e artefici del proprio destino”.

Lo spunto di oggi – “ESSERE CINEMA” – Replica dei 4 incontri di analisi

24 ottobre 2011

Con mia grande felicità i 4 incontri di analisi cinematografica proseguono al limite della ridotta capienza del mio studio. Alcune persone sono rimaste fuori dal percorso a causa di impegni e di posti esauriti. Per questo ripropongo questi incontri. Posto nuovamente la breve presentazione.

Con Essere cinema non si intende parlare di un cinema particolarmente interiore o difficile. Anzi percorreremo film estremamente conosciuti e godibili. Andremo piuttosto a riconoscere quel legame che esiste sempre fra la storia esterna e l’esperienza interna che il personaggio vive. Perché quello che ci capita ogni giorno assume il significato che gli diamo noi e – quando il cinema è scritto bene – tutto questo diventa evidente e ci emoziona perché ci sentiamo raccontati.

Essendo il mio studio una piccola tana, saremo al massimo in 12.

Faremo quattro incontri, ecco il calendario:

LUNEDI’ 14, 21, 28 NOVEMBRE; 5 DICEMBRE

ORE 20.15 – 22.30

STUDIO COVINI – VIA BONGHI, 4

ISCRIZIONE VIA MAIL A:  posta@giovannicovini.it

COSTO: 65 Euro.